Gazzetta di Reggio

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IL FUTURO DELLA SINISTRA

Landini e la ricerca di un leader

Massimiliano Panarari
Landini e la ricerca di un leader

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Mentre si profila una nuova “madre di tutte le battaglie” intorno all’Opa lanciata da Mediaset su Rai Way, continuano le manovre a sinistra e a destra. Segno che la (cosiddetta) Terza Repubblica non riesce a prendere ancora forma dal punto di vista della riconfigurazione dell’offerta politica – con l’eccezione del cantiere a tutto spiano del "partito della nazione" verso il quale si sta indirizzando a passi spediti il Pd in salsa renziana (e a cui si può ascrivere anche la recente intervista del ministro Maria Elena Boschi, in perfetto stile pop-politica, al settimanale di gossip Chi).

I tempi lunghissimi della (perennemente incompiuta, e dunque sempre invocata e “rinnovata”) transizione politico-istituzionale vengono vissuti con inquietudine nelle formazioni politiche – di nuovo, con l’eccezione del (almeno fino a questo momento) catch all party renziano. Da una parte, all’insegna della persuasione che esistano spazi (anche se non di certo praterie) a sinistra del Pd e, dall’altra, per l’ingresso sempre maggiormente chiaro e conclamato nella fase del post-berlusconismo.

Con un problema in comune (seppure presente in gradi diversi sui due versanti contrapposti del panorama politico), indifferibile e inaggirabile nell’età della democrazia del pubblico e della politica personalizzata: la leadership. Condizione necessaria e urgente (anche se non sufficiente) per mettere in forma quanto si muove nella tormentata e disorientata sinistra radicale. Proprio in questi termini si può spiegare un certo “protagonismo” della presidente della Camera Laura Boldrini, che suscita non a caso reazioni adirate istantanee (in primis, nei dem).

Come pure l’“affaire Landini”, uno degli idealtipi del leader che non c’è ricercato dalla sinistra rossa, e l’ennesima puntata delle tutt’altro che infrequenti sliding doors tra politica e sindacato in Italia. Almeno, in potenza, visto che il segretario della Fiom, dopo il vespaio scatenatosi (anche in seno alla Cgil) alla sola ipotesi della sua discesa in campo, si è affrettato a smentire quanto la sua intervista al Fatto quotidiano lasciava presagire.

A ben guardare, veridica “voce dal sen fuggita” questa intenzione landiniana di entrare nella mischia segnala il fermento e il lavorio a sinistra, che non riesce, però, a sedimentarsi e cristallizzarsi adeguatamente, tra una domanda di radicalismo considerata in termini puramente virtuali (e non stimabile con precisione) e la vaghezza delle stesse formule di rifondazione organizzativa (con troppe suggestioni, mal riposte, intorno agli oggetti del desiderio Syriza e Podemos, che non basta invocare affinché si concretizzino per magia in un contesto come il nostro, troppo differente da quelli originari).

Così come rimane appunto inevaso nei fatti il tema di una leadership forte e unitaria (peraltro, a voler trovare il famigerato pelo nell’uovo, dentro aree e sensibilità politico-culturali che risultano geneticamente diffidenti nei confronti del paradigma della personalizzazione); e neppure si rivela sufficiente il gradimento che, ribadito da vari sondaggi, riscuote Landini (un “patrimonio individuale” di consensi, sicuramente incrementato dalla mediatizzazione della sua figura, ma ancora tutto da verificare nell’arena politica).

A destra, invece, una leadership sta emergendo con nettezza, ed è ovviamente quella di Matteo Salvini. Per imporsi in via definitiva dovrà rapidamente superare un fuoco di resistenza intestino alla stessa Lega Nord (che Salvini, non per niente, vuole “lepenizzare”, trasformandola in un contenitore di genere differente e posizionandola su uno spettro largo di destra-destra). L’ultima, e insidiosa, trincea interna che si contrappone è quella comandata dall’antagonista deluso Flavio Tosi, il quale si gioca il tutto per tutto (e la medesima sopravvivenza politica) nella battaglia con il capo neocentralizzatore.

Si tratta, certo, anche di “problemi di crescita” fisiologici per un partito tornato in fase espansiva, ma, giorno dopo giorno, la guerra tra il lombardo e il veneto pare valicare l'impressione iniziale di un tentativo, da parte del secondo, di “alzare il prezzo”, poiché in gioco c’è specialmente la formula coalizionale da scegliere per le elezioni, con l’eventualità, divenuta improvvisamente meno remota in seguito alla violenza della polemica tra i due, che la Regione torni davvero contendibile per il centrosinistra di Alessandra Moretti.

Ed è ora lampante come Salvini punti, giocandosi l’intera posta, su uno scenario di totale discontinuità: senza centristi, ma anche, e soprattutto, senza Forza Italia, per rimodellare la destra a propria immagine e somiglianza. Una scommessa assai complessa e dall’esito per nulla scontato.
 

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