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il progetto fallito

Il sogno più grande delle Reggiane: produrre automobili

di Manuel Morlini *
Il sogno più grande delle Reggiane: produrre automobili

Ecco il progetto del 1944 che naufragò per mancanza di fondi. Non solo: Enzo Ferrari voleva costruire bolidi a Reggio

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REGGIO EMILIA. Tra le migliaia di storie e di imprese impresse nelle mura delle Ex Reggiane, una non è ancora stata raccontata con il giusto peso che merita. Tutti conoscono le Reggiane come grandi produttrici di Aerei Caccia da combattimento, treni, vagoni, locomotive, macchine per il settore alimentare e le gru più grandi del mondo, ma all'appello manca ancora qualcosa. Qualcosa che se fosse nato avrebbe cambiato la storia industriale di Reggio Emilia: l'auto delle Reggiane.

Dopo i bombardamenti del 7 e dell'8 gennaio 1944 che distrussero la maggior parte del complesso industriale, l'ingegner Antonio Alessio, direttore generale delle Reggiane, capì che la fine della guerra avrebbe imposto alle Reggiane la costruzione di qualcosa di nuovo, qualcosa che non fosse un prodotto bellico e che potesse portare profitti e vendite.

Consapevole che la guerra e le relative produzioni aeronautiche sarebbero terminate, l'ingegner Alessio pensò di costruire un'auto che potesse essere alla portata di tutti, ma allo stesso tempo non un'auto qualunque. Alessio affidò all'ufficio tecnico motori aviazione delle Reggiane, guidato dall'ingegner Del Cupolo, l'incarico di realizzare un'autovettura che avesse dimensioni contenute, leggera, dalle buone prestazioni e con una bassa potenza tassabile, insieme ovviamente ad un design elegante e riuscito ed un'indole sportiva.

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Lo scopo finale era ottenere una vettura potente come le Alfa Romeo e le Chrysler, ma con un peso nettamente inferiore grazie alle leghe leggere utilizzate in ambito aeronautico. Tutte le parti della vettura, come telaio, materiali, lavorazioni e motore derivavano interamente dall'esperienza maturata nella costruzione degli aerei caccia Reggiane. Le componenti della vettura sarebbero state ottenute utilizzando le presse già presenti nello stabilimento, risparmiando così sull'acquisto di nuovi macchinari. Per questo motivo, il tetto fu realizzato per i due terzi in plexiglass, anticipando di molti anni le innovazioni del mercato ed evitando l'acquisto di ulteriori macchinari.

L'auto delle Reggiane era stata progettata come una vettura dall'indole sportiva, con quattro posti, sospensioni indipendenti su ogni ruota (vera innovazione per l'epoca) e motore di 1.750 litri con potenza di 70 CV, in grado di garantire prestazioni elevate. Oltre alla meccanica raffinata, grande importanza fu data al peso della vettura, la quale grazie all'utilizzo di leghe leggere come l'Alluminio utilizzato per la produzione di aerei aveva un peso finale di 1.100 kg, più leggero delle rivali che avevano un peso compreso tra i 1.400 ed i 1.500 kg.

Anche gli interni della vettura furono progettati con grande maestria, vista la grande bravura ed esperienza acquisita nella costruzione di vagoni ferroviari e dei loro interni. Ma l'ingegner Alessio non si limitò a progettare una vettura a quattro posti e pensò anche ad una variante coupè più sportiva ed emozionale, in grado di attirare l'attenzione dei "gentlemen driver", uomini facoltosi che prendevano spesso parte alle corse.

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Nonostante Alessio avesse pensato ad ogni singolo particolare, alle Reggiane servivano fondi per iniziare la produzione, fondi che purtroppo gli furono negati. Per questo motivo l'auto delle Reggiane non vide mai la luce ed il progetto fu abbandonato

Nel 1945 l'ingegner Alessio fu costretto a lasciare le Reggiane e fu assunto all'Alfa Romeo dove rimase per circa due anni. Sotto la sua direzione, l'Alfa tornò alle corse e conquistò nei due anni della sua direzione i primi due storici campionati mondiali di Formula 1 con l'Alfa Romeo 158 e con i migliori piloti del tempo: Juan Manuel Fangio e Giuseppe "Nino" Farina.

Insieme ad Alessio, lasciarono le Reggiane l'ingegner Lampredi ed i tecnici reggiani Rocchi e Salvarani, i quali furono assunti da Ferrari per progettare trasmissioni e motori che contribuirono alla conquista del primo mondiale di Formula 1 della Ferrari nel 1952 ed a numerosi successi in Formula 1 delle vetture del Cavallino rampante.

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Si racconta che alla fine degli anni '50, Enzo Ferrari si recò alle Reggiane per chiedere di poter sviluppare le sue auto sportive a Reggio e di utilizzare la pista dell'odierno Campovolo per le prove, ma anche questa occasione non fu colta. Ferrari andò a Maranello dove fondò la Ferrari, la più grande casa automobilistica del mondo. Potevamo avere un'azienda che producesse auto riconosciuta a livello mondiale? Ovviamente nessuno può dirlo, ma una grande occasione fu persa a quel tempo. Sognare cosa potrebbe esserci oggi alle Reggiane partendo dal passato non può che aiutare a capire cosa produrre e pensare per il futuro, in questi luoghi dove tutto è nato e dove la storia di Reggio Emilia si fonde con la leggenda. Da grandi sogni, nascono grandi idee e grandi imprese.

* Manuel Morlini assieme al fratello Cristian è appassionato di storia dei motori; insieme, i fratelli ingegneri gestiscono il sito www.italiantestdriver.com che si occupa di notizie, storie e approfondimenti legati al mondo dell’auto

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