Due tonnellate di capelli: il simbolo dell’orrore
Gli studenti reggiani a Birkenau davanti ai segni dello sterminio degli ebrei Mattia Manzotti (Zanelli): «Le scuse non solo dai tedeschi, da tutti gli uomini»
«Devo dire che prima di venire qui mi ero preparato al peggio, per quanto sia possibile visto che al peggio pare non ci sia mai fine». È sconsolato, per certi versi, ma anche determinato il viaggiatore della memoria Mattia Manzotti, della 4F dello Zanelli. Venerdì scorso la sua classe, come altri 340 studenti delle scuole reggiane, ha concluso la propria esperienza al Viaggio della Memoria 2015 di Istoreco, che in totale porterà oltre mille persone a visitare Auschwitz, Birkenau e la città di Cracovia, in Polonia. Già settecento hanno fatto l'esperienza, e altri 360 si preparano a partire.
Il secondo turno ha salutato la Polonia, come da consuetudine, con una cerimonia commemorativa collettiva, ospitata dal krematorium 4 del centro di sterminio di Birkenau. Un luogo assolutamente speciale, perché nell'enorme fabbrica di morte chiamata Birkenau rappresenta la ribellione: nell'ottobre 1944, un gruppo di ebrei addetti al complesso camera a gas e forno crematorio 4 (krematorium 4, appunto) si rivoltò, facendo saltare in aria la struttura grazie a esplosivo portato da quattro coraggiosissime partigiane.
Qui i viaggiatori del secondo turno hanno letto le loro riflessioni dopo una settimana intensissima, oltretutto in date particolari. Il 26 gennaio 1944, alla fermata ferroviaria interna a Birkenau arrivò un treno pieno di prigionieri italiani, partiti da Fossoli di Carpi. Fra loro, dieci ebrei reggiani catturati nelle loro case, che morirono nel giro di poche ore. E un testimone davvero straordinario, Primo Levi. E proprio grazie ai suoi diari vi è certezza sulla data fatale per i reggiani deportati. E proprio Primo Levi è stato spesso citato dai ragazzi.
Mattia Manzotti dello Zanelli ha preferito affidarsi alle proprie parole: «Credevo di arrivare preparato alle emozioni che avrei potuto provare, credevo di vedere la rotaia di Birkenau, di passare sotto la scritta "Arbeit macht frei" di Auschwiz e di vedere le camere a gas non dico senza tristezza, ma neanche provando quel senso di vuoto allo stomaco che da molti ho sentito dire – racconta –. Ad esseri sinceri quel senso di vuoto, tristezza e malinconia non l'ho provato, o meglio non l'ho provato fino al momento in cui ho visto le due tonnellate di capelli esposte nel museo di Auschwitz». Quello è stato il momento di svolta: «Lì ho davvero capito l'atrocità di quel genocidio, questo sì che mi ha colpito, cosí tanti capelli... Cosí tante vite... E ancora di piú colpisce il fatto che quelle due tonnellate esposte altro non sono che una piccolissima frazione del totale. Sei milioni di morti, un numero inimmaginabile, troppi zeri, troppo difficile da quantificare per la mente umana, troppo difficile da comprendere», ragiona amaramente.
I numeri non bastano a razionalizzare: «Quei capelli, quei capelli rendono in un modo differente rispetto ai classici numeri in cifre il concetto di una quantitá cosí enorme. Una quantitá su cui bisogna riflettere. C'é qualcuno che puó arrogarsi il diritto di considerare gli altri inferiori?».
E soprattutto, chi è responsabile? «Personalmente ritengo che non siano i tedeschi, i nazisti o i fascisti, ma gli uomini tutti a dover chiedere scusa. Una scusa che ha radici nel passato ma che é proiettata verso il futuro, perché bisogna smettere di pensare che lo straniero sia diverso. Bisogna evadere dalla convinzione del diverso come sinonimo di pericoloso. É una falsa analogia che si é involontariamente annidata nelle nostre menti, dobbiamo ricordarci che il progresso passa sempre attraverso l'integrazione».
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