Gazzetta di Reggio

Reggio

Nuove povertà, la Manodori si adegua

di Chiara Cabassa
Nuove povertà, la Manodori si adegua

Illustrato ieri il bando da 300 mila euro messo in piedi dalla Fondazione e rivolto a volontariato e cooperazione

3 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Da una società che sta velocemente cambiando a un welfare che dovrà adeguarsi alle nuove fragilità. Diventando da “sussidiario” a “generativo”. Perché in un tessuto sociale costituito per i due terzi da persone vulnerabili non basta più rivendicare ma serve progettare insieme. Da qui la scelta della Fondazione Manodori di proseguire nella direzione dei bandi rivolti al terzo settore già intrapreso negli ultimi due anni con un valore aggiunto. Per il 2015, infatti, la Fondazione mette a disposizione fino a 300 mila euro per un bando che intende incentivare la costruzione di partenariati con attori non appartenenti all’area del welfare promuovendo la capacità di generare nuove risorse e nuove risposte. Una scelta ufficialmente presentata ieri di fronte ad una platea a cui sono stati chiamati a presenziare gli eventuali partner.

Nuovi soggetti. Possono infatti presentare domanda Comuni, Ausl, Aziende servizi alle persone, organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, cooperative sociale, enti ecclesiastici e religiosi. I progetti, per essere considerati ammissibili alla valutazione, devono essere presentati entro il 29 maggio 2015, essere realizzabili sul territorio della provincia di Reggio, documentare il co-finanziamento pari almeno al 30% dei costi previsti per la realizzazione del progetto. La valutazione dei progetti terrà conto dei seguenti parametri: capacità di generare nuove risorse sia umane che economiche; innovatività e originalità della proposta; arrticolazione dei partner coinvolti; coerenza del piano economico finanziario.

I cambiamenti. Alla base di queste nuove riflessioni culminate nella presentazione del bando per il 2015, uno studio firmato da Gino Mazzoli e pubblicato su “Welfare oggi” intitolato “Come cambia il lavoro di comunità”. Due i presupposti: l’evaporazione dei legami sociali (familiari e di vicinato); la diffusione endemica della vulnerabilità nel ceto medio. A cui si è recentemente aggiunto il crollo delle risorse finanziarie a disposizione della Pubblica amministrazione a fronte dell’aumento esponenziale del numero e della complessità dei problemi delle famiglie. I nuovi “vulnerabili” sono persone in genere proprietarie di un’abitazione, con un titolo di studio che va oltre la scuola dell’obbligo, con un reddito da lavoro e tuttavia spesso con una condizione economica traballante dovuta da un lato a una vita vissuta al di sopra delle proprie possibilità e dall’altro alla debolezza delle reti parentali e sociali. Intercettare i vulnerabili oggi - questa la riflessione di Mazzoli - quando hanno ancora una dotazione ragguardevole di risorse per gestire i problemi che li attraversano, significa dedicare tempo per ri-orientare lo stile di vita. Intercettarli domani, quando saranno necessari soprattutto soldi, renderà impossibile l’intervento. Ecco perché questi cittadini vanno aiutati a trasformare una posizione meramente rivendicativa in un’altra capace di co-generare, insieme a istituzioni e terzo settore, nuove risposte (nuovi servizi) da progettare e gestire in modo partecipato.

Obiettivi. Se da un lato oggi viene proposta una deregulation indiscriminata e dall’altro la gestione di servizi eccellenti ma calibrati sulla società di 15 anni fa, ecco la ricerca di una via diversa caratterizzata da alcuni nuovi obiettivi. Generare nuove risorse coinvolgendo cittadini e forze della società civile. Cercare collaboratori (più che utenti) con cui gestire i problemi. Andare verso i “nuovi vulnerabili” che hanno vergogna a mostrare la propria fragilità, anzichè attenderli in qualche servizio. Passare dall’io al noi favorendo la costruzione di contesti in cui sia possibile un’elaborazione collettiva dei disagi individuali. Dare nomi nuovi a problemi nuovi e dunque andare oltre le categorie tradizionali di utenti che si sono stratificati nel tempo all’interno della Pubblica amministrazione. Un cambiamento paradossalmente più complesso in contesti come quello della realtà reggiana dove i servizi hanno storicamente funzionato.

Istituzioni. Tutto questo potrebbe fare pensare ad una deresponsabilizzazione delle istituzioni. Ma così non dovrà essere. La Fondazione Manodori intende infatti promuovere e allestire contesti di concertazione, riflessione e invenzione di proposte ed intende favorire e sostenere questa evoluzione culturale, senza in alcun modo “delocalizzare” le funzione gestionale dei servizi di welfare che deve rimanere in capo alle istituzioni e ai diversi attori sociali che con esser collaboreranno.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google