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Ausl, dimezzati gli infortuni sul lavoro

Ausl, dimezzati gli infortuni sul lavoro

In sei anni si è passati da 6 mila a 3.500. Ecco i risultati del progetto lanciato nel 2002 con l'Associazione nazionale dei lavoratori mutilati e invalidi

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REGGIO EMILIA. Non solo cure di qualità per i pazienti, ma anche tutela dei propri dipendenti dai rischi di infortuni sul lavoro, con ripercussioni positive sull'efficienza e l'organizzazione complessiva. Sono gli obiettivi centrati dall'azienda Usl di Reggio Emilia, che grazie ad un complesso sistema di mappatura dei fattori di rischio nella movimentazione dei pazienti applicato dal 2002, e con investimenti per 3 milioni dal 1999 ad oggi, ha di fatto dimezzato le giornate di lavoro perse per infortuni del personale sanitario.

Se nel 2007 queste ammontavano a circa 6 mila, infatti, nel 2013 il dato scende a 3.500. I numeri sono presentati oggi dal Dipartimento di sanità pubblica dell'Ausl, insieme ad una ricerca nazionale sui fattori di rischio per le donne che lavorano nell'assistenza sanitaria, curata dall'Associazione nazionale dei lavoratori mutilati e invalidi Anmil.

Dal documento emerge in particolare che a minacciare le professioniste della sanità sono in primo luogo patologie di tipo fisico, muscolari o scheletriche, seguite dal rischio di aggressione da parte di soggetti terzi (pazienti o loro familiari) e infine disturbi di tipo psicologico legati al sovraccarico di lavoro (cosiddetto burn out) e allo stress correlato associato agli altri carichi della vita familiare.

Nella realtà dell'Ausl reggiana, in cui il 75% dei 4.000 dipendenti è donna, è però da tempo in vigore un sistema che, nell'ambito della movimentazione dei pazienti, riduce al minimo i rischi di infortunio. A idearlo è stato un professionista della stessa azienda Usl, Mario Poletti, scomparso nel 2008. In sostanza ogni reparto, con verifiche tecniche del servizio di prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro, viene «mappato» e contrassegnato come ad alto rischio (rosso), medio (giallo) basso (verde) o trascurabile (bianco).

La mappa si incrocia poi con il giudizio di un «medico competente» che per ogni operatore sanitario emette un giudizio di idoneità al lavoro in un determinato reparto. In questo modo, all'insorgere di disturbi, il lavoratore può in pratica essere ricollocato in un ambiente di lavoro che presenta meno rischi per le sue condizioni fisiche. A tutto ciò si aggiunge infine un poderoso programma di formazione professionale, sia obbligatoria che specifica sulla movimentazione dei pazienti, che prevede persino aggiornamenti quinquennali.

Praticamente inesistente (si ha memoria di un solo caso in 14 anni e non a reggio) il rischio di aggressioni, mentre nei settori più delicati dal punto di vista emozionale, come l'hospice o il day hospital oncologico, gli operatori sono supportati da uno psicologo.

«La situazione a reggio è una situazione gestita», commenta quindi il direttore infermieristico e tecnico dell'azienda Usl Sandra Coriani, sottolineando come «i fattori di rischio sono tantissimi, ma in particolare su quello del movimentazione dei pazienti, come azienda, ci siamo dati da anni un sistema che secondo noi sta dando ottimi risultati». Oggi, aggiunge maria giovannone, responsabile della sicurezza donne per l'anmil, «siamo ospiti di un contesto territoriale e di una struttura, dove delle misure e delle buone pratiche per tutelare le donne delle professioni sanitarie, sono state sicuramente messe in campo»

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