Dalla Libia sui barconi al volontariato per il paese
Il positivo inserimento e i desideri di sei giovani profughi arrivati in Italia da Nigeria, Senegal e Gambia dopo le terribili esperienze vissute nella loro patria
SAN POLO D'ENZA (Reggio Emilia). Sono scappati dalla Nigeria, dal Senegal, dal Gambia. Sbarcati a Lampedusa, dopo aver fatto domanda di asilo politico, sono stati mandati a San Polo, e per loro, qui, è iniziata la speranza. Anche se la Commissione Territoriale di Bologna impiegherà dei mesi prima di prendere in considerazione la loro richiesta e non è detto che la accetti, infatti, i sei profughi – di età compresa tra i 19 e i 30 anni – hanno finalmente ritrovato un motivo per sorridere. Sì, perché qui non sono emarginati né isolati, ma abitano in appartamenti del centro (pagati dallo Stato) e vengono coinvolti in molte attività della comunità: fanno i tuttofare per l’Asd San Polo-Bibbiano e l’Us Barcaccia, collaborano con il Comune per lavori di manutenzione e, soprattutto, si dedicano al volontariato.
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«È un modo per tenerli occupati in attesa che la Commissione si esprima – spiega Elisa Cavatorti, operatrice della “Dimora di Abramo” impegnata nel progetto “Mare nostrum” – dato che, per la legge italiana, non possono ancora cercare lavoro. Ma soprattutto è un modo per aiutarli a creare una rete di conoscenze che possa tornare utile in futuro».
E la loro voglia di darsi da fare - per esempio potando e ripulendo le aree verdi e i parchi danneggiati dall’ultima nevicata - è sotto gli occhi di tutti.
«Sono sempre molto disponibili – racconta l’operatrice – e non si tirano mai indietro quando qualcuno li chiama. Il risultato? Spesso chi lavora con loro li “ripaga” donando loro i beni di prima necessità».
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Guardandoli mentre sono indaffarati a potare gli alberi del parco comunale in via Don Milani, infatti, si nota che alcuni indossano le giacche e le maglie della polisportiva San Polo-Bibbiano, altri quelle della Barcaccia.
«È bello stare a San Polo – spiega in inglese Wuyeh, il più giovane – Sono qui da 5 mesi, ma conosco già delle persone. A volte esco per fare una corsa o vado in biblioteca per studiare un po’ di italiano e mi fermo a parlare con qualcuno. Bisogna avere amici – dice – stare da soli è difficile».
Difficile, sì. Come la loro storia. Fatta di abbandoni, fughe disperate, terribili violenze. E nonostante i loro racconti siano comuni a quelli dei tanti immigrati che, ogni giorno, approdano in Sicilia alla ricerca di un futuro migliore, non è facile ascoltarli mentre quegli occhi neri neri ti guardano con orgoglio. C’è Jusuf Jammeh, partito dal Gambia perché non riusciva più a mantenere sua mamma e suo fratello.
«Lavorare come autista non era più sufficiente – racconta in inglese – e me ne sono andato». Dopo aver attraversato il deserto è arrivato in Libia, e lì è rimasto due anni prima di poter avere i soldi per la traversata. C’è il giovane Wuyeh Darboe, scappato dal Gambia per colpa di un destino beffardo che l’ha costretto ad abbandonare in fretta e furia la sua famiglia e la sua comunità.
E c’è Osaboyen Akenwa, che in Nigeria faceva il meccanico ma che per colpa di una banda di ladri ha perso il lavoro e tutto ciò che aveva.
«Sono stato rapinato nella mia officina – racconta – E quando il proprietario dell’auto che stavo mettendo a posto ha saputo che l’avevano rubata, ha giurato di uccidermi».
Anche David Osazee è scappato dalla Nigeria: è stata sua madre, prima di morire, a dirgli di cercare un futuro migliore. Mustapha Chiam, invece, viene dal Senegal. Là ha lasciato moglie e figlio: «Un mese fa però – spiegano gli altri, che gli fanno da interpreti – ha saputo che suo fratello era morto e ora tutta la famiglia dipende da lui. Ne sente il peso».
E infine c’è Toure Bourema, che in Senegal faceva il falegname, e non vuole parlare. Troppo doloroso, forse, ricordare cosa ha dovuto lasciare, e perché. Troppo difficile spiegare a noi – che abbiamo tutto – cosa significa cercare di ricominciare da zero. Della traversata sul barcone, nessuno parla. I racconti di tutti si interrompono in Libia e riprendono a San Polo, dove Jusuf, Wuyeh, Osaboyen, David, Mustapha e Toure sono stati accolti, sfamati, vestiti, integrati.
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