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LOTTA ALL'AZZARDO

«Minorenni fuori dai luoghi del gioco»

di Evaristo Sparvieri
«Minorenni fuori dai luoghi del gioco»

Matteo Iori del Conagga sull’iniziativa della Gazzetta: «Occorre un tesserino che permetta di tenere lontani i ragazzini»

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REGGIO EMILIA. «Servono misure per la riconoscibilità del giocatore. Come un tesserino di riconoscimento, che impedisca ai minori di giocare e che renda tutto tracciabile». Ha le idee chiare Matteo Iori, presidente del Conagga, commentando Bar #noslot, l’iniziativa della Gazzetta che ha lo scopo di premiare i titolari di esercizi pubblici che abbiano rinunciato ad ospitare slot-machines. Un fenomeno, quello del gioco, che non risparmia nemmeno i più giovani se è vero che secondo una recente ricerca, il 40% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni sostiene di aver giocato almeno una volta nell’ultimo anno.

Iori, il fronte delle adesioni si sta ampliando.

«Credo che sia un’ottima iniziativa: sul gioco il primo intervento da fare è culturale. Penso sia fondamentale strutturare la consapevolezza nei cittadini che il gioco solleva problemi sociali che ricadono sulle persone più fragili. Per questo, è importante sottolineare le azioni degli esercenti che fanno una scelta diversa, nonostante la crisi e il fatto che le slot possano portare contributi economici».

Ma cosa si può fare per ridurre effettivamente il numero di slot in circolazione?

«Ultimamente sta già diminuendo. In tutta Italia. Da un lato perché il mercato ha raggiunto una saturazione, da un altro perché sono arrivate nuove offerte di gioco».

Sta parlando delle vlt?

«Sì. Il problema è che sono macchine più aggressive, con un costo orario medio molto più alto. E quindi ci si perdono più soldi. Le vlt possono trovarsi solo in sale apposite. E questo, anche se ha di positivo che non sono sotto gli occhi dei cliente abituali dei bar, le rende meno monitorate».

Eppure il governo, stando alla bozza della delega fiscale, vorrebbe realizzare delle vere e proprie “gaming hall” di vlt.

«In queste condizioni, diventa fondamentale che gli esercenti possano avere strumenti adeguati per rendersi conto se qualcuno, attraverso il gioco, si stia rovinando. Anche da parte loro non c’è convenienza nel vedere i propri clienti cadere in problemi importanti. L’industria vorrebbe tante persone che giocano spesso e non poche che giocano tanto e si rovinano. Per questo credo che con gli esercenti si debba cominciare a imbastire un ragionamento su come tutelare i giocatori a rischio. In Svizzera c’è già un servizio di questo tipo che mantiene i livelli di patologia bassi attraverso la formazione dei titolari delle sale da gioco. E non è un caso che la Regione abbia approvato una delibera proprio per la formazione su questi temi. È un modo per dire che la legge tutela il business, ma bisogna trovare il modo per tutelare le persone più fragili».

Una legge che potrebbe essere spazzata via se la bozza della legge delega passerà senza modifiche. Così come verranno spazzate anche le normative dei Comuni.

«Sono stato di recente ad un convegno in Lombardia. Ed è ciò che preoccupa anche il vicesindaco di Milano, Lucia De Cesaris, e l’assessore regionale, Viviana Beccalossi. Ma io non vedo questa legge solo negativamente. Girando l’Italia, mi rendo conto che ci sono differenze enormi. E mi rendo conto che uno Stato non può permetterlo. Serve una legge unica, che dia ordine. Il punto è capire con chi si vuol costruire questa legge».

E con chi si vuole farlo?

«Se le persone ascoltate dal sottosegretario Baretta appartengono solo alla filiera del gioco si tenderà ad avere una versione del fenomeno che non è complessiva. L'ideale sarebbe costruire una legge tutti insieme. E mi auguro che il governo vada in questa direzione. Ma, nella legge, ci sono anche norme positive. Come il ritorno alle limitazioni per le slot nei bar presenti prima della liberalizzazione del governo Berlusconi».

È un passo indietro sufficiente?

«Il lavoro vero sarà quello di dialogare con tutti per trovare meccanismi diversi e tutelanti. Ridurre l’impatto economico, abbassare i premi, inserire avvertenze sul rischio. Rispetto al passato, c’è una predisposizione diversa e anche le industrie si rendono conto di dover inquadrare il problema non solo da un punto di vista economico. Credo che i tempi siano maturi per fare ragionamenti insieme, accompagnati dalla garanzia dello Stato, che deve rendersi conto che i risvolti del gioco hanno ricadute anche rispetto ai costi sociali e sanitari del Paese, stimati tra diretti e indiretti in sei miliardi l’anno».

Senza dimenticare il rischio illegalità.

«È un tema questo molto vasto, spesso sottovalutato. Spesso è lo stesso giocatore ad avere convenienza nell’illegalità, riscuotendo vincite in forme che agevolano il riciclaggio».

E qui a Reggio? Come inquadra il fenomeno?

«Tutte le istituzioni sono sensibili sul tema. Mi permetto di credere che i nostri quindici anni di attività possano avere aiutato a creare questa sensibilità sul tema. Se tutti i territori fossero come Reggio, il quadro sarebbe diverso».

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