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lotta all’azzardo

«Storie drammatiche dietro i giocatori»

di Massimo Sesena
«Storie drammatiche dietro i giocatori»

La direttrice del Programma dipendenze patologiche dell’Ausl Angela Dodi: «Le richieste d’aiuto sono in aumento»

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REGGIO EMILIA. «I numeri non dicono tutto, ma l’aumento delle persone che si rivolgono a noi in cerca d’aiuto, quello sì è allarmante: il fenomeno della dipendenza da gioco d’azzardo è in fortissima crescita». Chi parla è Angela Dodi, direttore del dipartimento Dipendenze patologiche dell’Azienda Usl di Reggio che attualmente assiste in maniera continuativa un centinaio di persone.

«Parliamo soltanto delle persone prese direttamente in carico dai nostri Servizi, che in questi anni si sono attrezzati per dare una risposta a questo tipo di dipendenza. E questo a prescindere dal fatto che lo Stato riconosca questa patologia nei cosiddetti Lea, ovvero i livelli essenziali di assistenza».

La campagna di sensibilizzazione avviata dalla Gazzetta sta raccogliendo adesioni quotidiane, sia dagli amministratori reggiani sia dai gestori dei locali che hanno deciso di fare a meno di slot e videolottery.

Ma qual è l’identikit del giocatore “patologico”, ovvero di colui che si rivolge all’Ausl per chiedere aiuto?

«L’età media - dice la dottoressa Dodi - è di poco più di 48 anni. E’, quella compresa tra i 40 e i 49 anni la fascia più rappresentativa, pari al 31% del totale».

I maschi sono il 71,6% e tra maschi e femmine, coloro che sono sposati sono il 43%. Il 58% di loro ha un lavoro stabile, il 14,5% invece, nel gioco spende la propria pensione.

E gli altri? Appartengono probabilmente a quella “zona grigia ancora da approfondire, al punto da comprendere probabilmente anche quella larga fetta di popolazione che - pur giocando con “dipendenza” - non ha ancora compiuto quel passo decisivo che consiste nel chiedere aiuto. «A noi arrivano richieste d’aiuto abbastanza spontanee - spiega la direttrice del programma dell’Ausl - anche se in diversi casi è decisivo l’intervento dei familiari o di qualche conoscente».

Quanto al tipo di dipendenza, cioè ai giochi che maggiormente inguaiano, la casistica parla in modo prevalente di newslot e videopoker e in questo caso sono sempre i maschi a prevalere. Le donne sono quindi più virtuose, tengono la testa ben ancorata sulle spalle? Se in genere è così, quando si tratta di gioco, le cose si complicano anche per loro: «Le donne - spiega la dottoressa Dodi - sono più propense a spendere in giochi come il Lotto e i gratta e vinci. E non è detto che i casi, a volte, siano meno gravi: il gestore di una ricevitoria mi ha detto di aver venduto interi pacchi. A donne che poi, a Natale, li mettevano sotto l’albero, assieme agli altri regali».

E una volta che bussano alla porta dei servizi sanitari? A Reggio si trova una rete di servizi che - nata sulla spinta del volontariato sociale - è oggi in grado di dare risposte importanti, al punto da essere già oggi un punto di riferimento per tutta la regione. Da tutta l’Emilia Romagna, infatti, arrivano ad esempio le persone affette da questa dipendenza: «E’ il progetto Pluto - dice la dirigente dell’Ausl - creato insieme alla Comunità Papa Giovanni XXIII, che prevede la possibilità di ospitare in una struttura con 6 posti letto, le persone che necessitano di partecipare a un percorso terapeutico. Nel 2014 sono state ospitate venti persone, per un trattamento personalizzato che può andare da due settimane a tre mesi».

Il trattamento non è mai uguale, perché diverse sono le storie di queste persone: «In molti casi sono storie davvero drammatiche, con persone che hanno magari altri dipendenze. «In alcuni casi la dipendenza richiede l’apporto di psicologi e psichiatri, in altri è necessaria una terapia di natura farmacologica. Non è difficile trovare persone con questo vizio del gioco e, magari con problemi di dipendenza dall’alcol».

Difficile dare oggi, a Reggio come altrove, un quadro delle dimensioni di questo fenomeno: «La percezione - sottolinea la direttrice del Programma dipendenze patologiche dell’Ausl - è quella della punta di iceberg. Quello a cui ci avviciniamo non è che una parte del fenomeno. E vien da dire, anche se non ci sono dati certi in questo senso, che sia davvero una parte minima. In questi anni, a Reggio sono nati, sempre in collaborazione con la “Papa Giovanni” gli “Azzardo Point” (quattro a Reggio, uno a Guastalla e uno in cantiere a Casalgrande) che si propongono di dare assistenza e aiuto non solo ai giocatori patologici ma anche alle loro famiglie, spesso vittime di questa vera e propria piaga sociale. Qualcuno di questi - conclude la dottoressa Dodi - una volta entrato in contatto con i volontari dell’Azzardo Point, viene poi inviato a noi».

massimosesena

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