Le streghe buone, “guaritrici” reggiane nell’era di internet
Pienone al Centro sociale per la presentazione del libro di Antonella Bartolucci. La storia di una tradizione che si tramanda di generazione in generazione
REGGIO EMILIA. Chi ha un’età avanzata le conosceva già; chi invece vive in città e di anni ne conta pochi probabilmente non ne ha mai sentito parlare, e tanto meno non ha mai visto le “buone streghe” che “segnano” i malanni. Venerdì sera, nella biblioteca della Rosta Nuova piena all’inverosimile, soprattutto di donne, sono state soddisfatte sia l’una che l’altra curiosità. L’occasione è stato offerta dalla presentazione del libro di Antonella Bartolucci “La strega buona: donne che segnano la malattia”.
Con l’autrice e lo studioso di dialetto e tradizioni reggiane Giuliano Bagnoli si sono materializzate alcune “guaritrici” prestatesi poi a rispondere a tante curiosità. Chi sono queste “streghe” che sopravvivono alla modernità? «Ho impiegato una ventina d’anni a cercarle e studiarle – ha narrato la Bartolucci – ma il mio impegno etnoantropologico è stato pienamente ripagato». Nella civiltà contadina, quando i medici erano una rarità, il loro operare era preziosissimo.
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La loro competenza veniva tramandata da nonna a nipote. Formulano parole e compiono gesti simbolici che si dice servano a lenire la sofferenza di chi ha subìto una storta a una caviglia o soffre per il “fuoco di sant’Antonio” oppure lamenta il classico “colpo della strega”, i “vermi” (l’acetone), la cataratta.
Niente da spartire con l’agopuntura, l’erboristeria, la medicina. Più probabilmente un semplice effetto “placebo” che convince chi sta soffrendo a essere sulla strada della guarigione. Fatto è che sia il paziente che la guaritrice sono sicuri della validità, non scientifica ma concreta, di queste “pratiche spirituali”. Sono rituali arcani, formule in una specie di antico latino, invocazioni affiancate da segni, che coinvolgono anche chi chiede l’adozione di questa “arte” medicale. Tante le curiosità emerse. Ad esempio che ad essere curati possono essere pure gli animali e persone che si trovano a notevole distanza dalla “strega”. Il rito richiede pochi minuti ma può essere ripetuto più volte anche in giorni diversi e comporta spesso per il guaritore un autentico stress, uno sforzo di cui fa le spese.
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Chi riceve questa eredità da una “maga” deve quindi essere disponibile al sacrificio che in compenso regala la gioia del risultato positivo. Maria Freddi di Luzzara era disposta a lasciare questa eredità solo a chi avesse anche la fede. Un’altra ha accettato di “segnare” una mucca malata nella stalla solo se il contadino in contemporanea pregava. E chi svolgeva questo compito – meglio dire che svolge perché le “guaritrici” esistono anche oggi – non chiedeva mai nulla per sé; se riceveva un dono (da denaro a oggetti) lo ridonava a organizzazioni benefiche. Monica, di Gazzata, ha compiuto il rito davanti ad una fotografia per un parente in Australia, Rosanna, novella segnatrice, ha ricevuto il mandato nella notte di Natale ed ha “segnato” una storta a distanza ispirandosi alla gamba di uno sgabello. Dunque si può ironizzare, ma la pratica continua e in fondo si tratta di far stare un po’ meglio chi ha dei disturbi. Ecco perché queste “streghe buone” sono molto più apprezzabili delle “brutte streghe” che popolano le favole che raccontiamo ai nipotini.
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