Il Riesame scarcera Muto e i brescellesi
Fuori Rosario e Salvatore Grande Aracri e Gaetano Belfiore, torna libero anche l’imprenditore mantovano
REGGIO EMILIA. Dentro. Fuori. Di nuovo dentro e ora fuori. «Difetto della gravità indiziaria»: con questa motivazione la terza sezione penale e del riesame del Tribunale di Brescia ha annullato la misura cautelare della custodia in carcere disposta dalla Dda di Brescia con l’inchiesta “Pesci” per l’imprenditore eidle mantovano Antonio Muto, i brescellesi Rosario e Salvatore Grande Aracri - fratello e nipote di Nicolino Grande Aracri – Gaetano Belfiore – fidanzato della nipote di Nicolino Grande Aracri - Giuseppe Loprete, muratore di Borgo Virgilio e per l'imprenditore veronese Moreno Nicolis. Confermata invece la cella per Ennio e Danilo Silipo e per l’affarista parmigiano Paolo Signifredi.
L’accusa formulata dalla Procura bresciana nell’ambito di una corposa indagine sulle infiltrazioni della ’ndrangheta era di estorsioni aggravate dall'utilizzo di metodi mafiosi nei confronti di alcuni imprenditori edili. Un’ipotesi che il Riesame ha cassato per cinque di loro con l’ordinanza depositata ieri mattina alle 10 e mezza alla cancelleria del tribunale di Brescia.
Ora la strada che potrà intraprendere la Procura è quella del ricorso in Cassazione. Se non andasse in porto, gli imputati saranno eventualmente processati a piede libero.
Se la decisione del Riesame sulla carta è solo un passo dell’iter della vicenda, la Procura non nasconde che si tratti di una mazzata a sorpresa che va a colpire la sostanza dell’impianto accusatorio costruito dagli inquirenti in un anno e mezzo di indagini. Inoltre, La motivazione «difetto della gravità indiziaria in relazione a tutti i capi d’incolpazione loro rispettivamente contestati» è la possibilità più favorevole per gli imputati.
Secondo il collegio dei tre giudici della terza sezione penale, gli «indizi» raccolti dai carabinieri attraverso pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, e testimonianze degli imprenditori non sono sufficienti per configurare le ipotesi di estorsioni mafiose.
Arrestati su disposizione della Dda il 28 gennaio con l’operazione “Pesci” scattata in contemporanea al blitz “Aemilia” disposto dalla Dda di Bolognaerano stati scarcerati dal gip di Mantova Matteo Grimaldi, che aveva disposto per Muto, per i due Grande Aracri e per Belfiore i domiciliari. Grimaldi però non aveva smontato il quadro dell’accusa, secondo cui Muto avrebbe tentato e in un caso messo a segno estorsioni nei confronti di suoi soci in affari e di un altro imprenditore edile, a cui sarebbe stato soffiato un appalto e imposta la collaborazione di personaggi “adeguati”.
Nella stessa indagine sono indagati per corruzione l’ex senatore Franco Bonferroni e l’ex consigliere regionale Tarcisio Zobbi.
Non aveva convalidato i fermi e si era dichiarato incompetente. Arrivato il fascicolo a Brescia, il tempo di studiare le carte e in particolare le 884 pagine dell’informativa dei carabinieri e il gip li aveva rispediti in cella ordinando il blitz scattato la sera del 18 febbraio.
Oggi, invece, ci sarà l’udienza del Riesame per l'imprenditore edile di Pietole Antonio Rocca, 44 anni, considerato dagli inquirenti il referente della cosca per i cantieri mantovani.
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