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L’ombra della mafia dietro le minacce a Catia Silva

di Tiziano Soresina
L’ombra della mafia dietro le minacce a Catia Silva

Il pm Pigozzi contesta l’aggravante ai 5 imputati. Gli atti vanno alla Dda. La leghista: «Continuano a intimidirmi»

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BRESCELLO. Tutto nel giro di un quarto d’ora e ieri pomeriggio – in tribunale a Reggio – il caso delle minacce alla leghista Catia Silva è “virato” verso la Dda, perché ai cinque imputati è stata contestata – dal pm Stefania Pigozzi – l’aggravante della finalità mafiosa.

Una “sterzata” che il magistrato ha motivato – davanti al giudice Dario De Luca – facendo riferimento alle carte dell’operazione antimafia Aemilia, ritenendo in ultima analisi che le intimidazioni messe in atto dai cinque calabresi residenti a Brescello fossero finalizzate ad agevolare la cosca Grande Aracri.

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Entrando nello specifico, il pm Pigozzi ha ricordato come le recenti indagini antimafia si siano focalizzate sulle elezioni amministrative 2009 a Brescello e sul ruolo giocato da uno degli imputati (il 47enne Alfonso Diletto), calando in questo contesto le minacce ricevute non solo da Catia Silva (che a quel tempo era segretaria della sezione della Lega Nord di Brescello) ma anche ad una simpatizzante leghista (quest’ultima non si è però costituita parte civile nel processo).

Infine il magistrato si è soffermato sugli imputati “dipingendoli” come più o meno vicini alla cosca: Alfonso Diletto descritto nell’operazione Aemilia come capo promotore delle Bassa reggiana, Salvatore Grande Aracri (35enne nipote del capoclan Nicolino Grande Aracri e figlio di Francesco Grande Aracri ora al centro di un maxi sequestro dei beni), Carmine Rondinelli (68enne che ha sposato la sorella del boss) e suo figlio Girolamo (36 anni), infine il 48enne Salvatore Frijio (genero di Rondinelli, in quanto ne ha sposato la figlia). Poi la “battaglia” legale si è spostata sulla richiesta sempre del pm Pigozzi di poter produrre copia dell’ordinanza emessa dal gip di Bologna nell’ambito dell’operazione Aemilia.

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A questa produzione si è opposto l’avvocato Giuseppe Migale Ranieri (che difende Grande Aracri) e alle sue valutazioni si sono associati gli altri difensori (gli avvocati Maurizio Colotto e Giovanni Sivelli): «Non si tratta di un provvedimento definitivo, non è una sentenza passata in giudicato – ha rimarcato Migale Ranieri – inoltre riguarda un’indagine che non ha nulla a che fare con questo processo».

Il giudice De Luca ha respinto la produzione dell’ordinanza, per poi “spogliarsi” degli atti che ora, per competenza, saranno valutati dalla procura antimafia di Bologna e nel tribunale felsineo si svolgerà l’udienza preliminare (nel caso di rinvio a giudizio il processo si terrà, però, a Reggio Emilia davanti alla Corte). In aula è presente Catia Silva, al suo fianco l’avvocato Gianluca Vinci che la tutela nella costituzione di parte civile: «Il pm ha dimostrato di aver compreso la gravità e i rischi delle minacce a me rivolte, che dimostrano la pervasività del sistema mafioso in paese. Minacce che purtroppo continuano...».

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