«Un successo che parte dall’anima della città»
«Non è un caso che un progetto simile abbia avuto vita con questi numeri solo a Reggio». Fra i partecipanti al terzo turno del Viaggio c’era anche il sindaco Luca Vecchi, che ha visitato i campi e...
«Non è un caso che un progetto simile abbia avuto vita con questi numeri solo a Reggio». Fra i partecipanti al terzo turno del Viaggio c’era anche il sindaco Luca Vecchi, che ha visitato i campi e parlato ai ragazzi durante la commemorazione conclusiva. Anche per lui è il momento di riflettere sull’esperienza appena vissuta: «In questo progetto c'è tanto di Reggio ma c'è anche tanto di una città laica, aperta ed europea e capace di avere in ogni ambito una forte proiezione internazionale. Abbiamo portato oltre 1.100 studenti a Cracovia e Auschwitz», spiega. Uno spaccato di Reggio: «Tra di loro c'erano ragazzi di origine non italiana. C'erano gli insegnanti, c'era lo staff di Istoreco e c'erano anche gli autisti della Til. Io lì ho visto una piccola grande comunità unita intorno a un progetto. Un progetto che ha portato in quei luoghi oltre 10.000 studenti reggiani».
Non proprio bazzecole: «Dove nasce questa spinta? Da cosa l'intuizione e la capacità organizzativa di Istoreco trova la forza per far crescere ogni anno questa esperienza? Me lo sono chiesto. Credo la trovi nell'anima profonda di una città, di una comunità che ancora oggi riesce a ritrovare se stessa lungo quel filo che l'ha accompagnata in questi 70 anni – ragiona Vecchi –. Un progetto come questo, didattico ed educativo nella sua originalità, non a caso ha avuto vita con questi numeri solo a Reggio».
Una Reggio di cui Vecchi, discendente di una storica famiglia partigiana, è buon esempio. «La mia origine familiare sente l'influenza della storia antifascista reggiana, della Resistenza e dell'impegno di generazioni per costruire una migliore convivenza civile e democratica, a Reggio e nel nostro paese». E aggiunge: «Questa influenza, questa formazione a Reggio è patrimonio diffuso, oserei dire consapevolezza di un profilo identitario. E intorno a questa consapevolezza della storia che si costruisce il futuro».
Già, perché «Auschwitz è stato un fatto storico ma è stato pure un fatto umano. E come tutti i fatti umani nessuno ci può garantire che non possa riaccadere. Sono passati solo 70 anni». E quindi, ora «tocca a noi, al nostro impegno individuale e collettivo, ai nostri comportamenti quotidiani, alimentare i valori di una società dove si convive in pace, dove il diverso è un valore e non un problema, dove le relazioni tra gli uomini si fondono sul pieno rispetto della dignità umana e sul rifiuto della cultura del più forte. I nazisti non volevano solo sterminare persone, ma cancellare storie, culture e sapere».
Una battaglia persa, per fortuna, ma che qualcuno vorrebbe portare ancora avanti: «Per questo oggi conoscere, raccontare, diffondere consapevolezza, contrastare le tentazioni neofasciste che ancora attraversano l'Italia e l'Europa deve essere il primo atto del nostro impegno e anche per questo che i Viaggi della Memoria sono una grande operazione di senso».
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