Quando nelle colline di Giareto si scavò alla ricerca del petrolio
Il 28 ottobre 1928 iniziarono le trivellazioni con le perforatrici della società Masserenti di Piacenza A quota -275 metri si sarebbe dovuta incontrare la prima grande sacca ma alla fine non fu così
ALBINEA. Ci credeva Enrico Scolari. E lo scrisse, senza esitazioni: “Dello stato dei lavori ad oggi e dei risultati ottenuti si vuol dare notizia perché, facendo conoscere il nostro sforzo, ci sembra di attestare modestamente di quanto sia animatrice la parola del Duce e perché le Autorità, che di tanto favore ci hanno circondato, sappiano che l’intrapresa è proseguita con fede e con tenacia e che al punto cui è arrivata, offre tutti gli indizi di un esito positivo”. Era il 18 febbraio del 1929. A Giareto, località al confine tra i colli borzanesi e il Cavazzone, le imponenti perforatrici della Società Massarenti di Piacenza lavoravano incessantemente da quasi quattro mesi.
Ed erano le stesse che, come tenne a sottolineare il quotidiano Il Solco Fascista del 26 settembre 1928, avevano “destato viva curiosità nella popolazione adunando sulla piazza di Borzano, nella quale le enormi macchine sostarono, una folla innumerevole”.
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.11068113:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.11068113:1649443818/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Ci credeva Scolari. E finanziò l’intera impresa. Credeva nell’oro nero. Il petrolio, lì, su quei colli, doveva esserci. Una speranza che, secondo quanto scriveva il Solco, si univa a quella dei cittadini: “L’interesse della classe operaia per la riuscita dell’impresa è grande, poiché da essa potrebbe derivare un nuovo cespite di guadagno e di impiego della mano d’opera”.
Il benestare per l’inizio dei lavori era arrivato direttamente dal Ministero per l’Economia Nazionale, con un decreto firmato dal ministro Giuseppe Belluzzo il 6 giugno del 1928. “A Scolari è accordato il permesso di fare ricerche di oli minerali nella località Cavazzone, in territorio dei comuni di Albinea e Viano per la durata di anni tre dalla data del presente decreto”.
La zona su cui effettuare le trivellazioni aveva un’estensione di 738 ettari. Lo Stato pretendeva il pagamento di un diritto annuo anticipato di 1476 lire, due lire per ogni ettaro compreso nell’area del permesso. Nulla e nessuno potevano ostacolare i lavori. Tanto che l’articolo 4 del decreto sottoscritto da Belluzzo sanciva che “nel caso che i possessori dei fondi si oppongano ai lavori di ricerca, il titolare del permesso potrà rivolgersi al Prefetto della Provincia per la necessaria assistenza”.
A Giareto, il 28 ottobre del 1928, sesto anniversario della marcia su Roma, il cantiere venne ufficialmente inaugurato. Con tanto di foto. A immortalare un momento per l’epoca assolutamente straordinario.
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.11068115:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.11068115:1649443818/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
«L’illusione – dice oggi Adriano Corradini, presidente della Pro loco albinetana e ricercatore di storia locale – era quella di aver trovato un nuovo campo dei miracoli. Il parere di studiosi come Spallanzani e Vallisneri, andava in un unico senso: in quelle zone, a due passi dalle salse di Regnano, dal sottosuolo doveva sgorgare del buon petrolio. Una tesi sostenuta da alcuni esperimenti scientifici effettuati in precedenza».
Nella relazione sullo stato dei lavori, inviata a Roma nel febbraio del 1929, Enrico Scolari non nascose la propria grande fiducia: “La profondità raggiunta sino ad oggi è di 165 metri circa e si è avuto il conforto di constatare la perfetta corrispondenza degli strati del sottosuolo a quelli tracciati nella stratigrafia predisposta e di incontrare tutte quelle manifestazioni che ordinariamente preannunciano il petrolio”.
Per lui, mancava poco. Appena 110 metri. E sì, perché a circa 275 metri di profondità “si dovrà rinvenire la grande sacca dell’altezza di circa 20 metri e della larghezza dai 70 agli 80 metri, prolungantesi in tutta la zona di concessione verso nord-ovest”.
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.11068114:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.11068114:1649443818/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
«La speranza c’era – aggiunge ancora Adriano Corradini – Si pensava che nell’area ci fossero grossi quantitativi di oro nero. Nella salsa di Regnano erano stati scoperti vapori di petrolio, nel sottosuolo dovevano dunque esserci importanti giacimenti».
A quota -275 metri si sarebbe dunque dovuta incontrare la prima grande sacca. Ma Scolari, che diversi mesi prima aveva ottenuto anche l’incoraggiamento dello stesso Benito Mussolini nel corso di un incontro privato nei palazzi del potere romano, ne pronosticava almeno altre tre: “Una tra i 470 e i 600 metri, un’altra tra i 700 e gli 800, l’ultima tra gli 850 e i 1000”.
I lavori proseguirono senza sosta per diverso tempo. «Ma gli esperimenti – conclude Corradini – furono fatti e finiti. Nessun importante giacimento venne scoperto, nonostante le successive concessioni di effettuare ricerche anche a Montericco e in una fascia di territorio compresa tra Viano e San Valentino, come si legge nella relazione di Enrico Scolari una cui copia mi è stata fatta pervenire dal collezionista Alberto Masoni».
Ci credeva Enrico Scolari, eccome se ci credeva. Aveva finanziato l’impresa. Fino all’ultima lira. Ma di petrolio, a Giareto, località incastonata tra i colli borzanesi e il Cavazzone, nessuna traccia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
