Gazzetta di Reggio

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POLITICA

Sinistra vuol dire cambiamento

Paolo Gandolfi
Sinistra vuol dire cambiamento

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Sinistra contro destra o cambiamento contro conservazione. La politica e non solo in Italia ha cambiato da tempo i suoi punti cardinali. Questo cambiamento crea disorientamento generale e lo crea in particolare a chi nella politica e negli ideali ancora crede. La domanda più ricorrente tra le persone che si considerano di sinistra è: che fine a fatto ciò in cui credo.

Di recente, parlando della riforma del lavoro, da queste pagine se lo chiedeva pure Luigi Bottazzi, che pure di sinistra propriamente non lo è mai stato. Evidentemente per chi ha cultura politica questi tempi sono motivo di disorientamento, al contempo però molti cittadini ormai lontani dalla politica e presi semplicemente dalle difficoltà quotidiane non misurano più le azioni della politica in base all'affinità coi propri ideali, quanto piuttosto alla capacità o meno di cambiare in meglio la propria situazione e quella del Paese.

A volte questa attesa si riduce ad un semplice anelito al cambiamento, senza neppure sperare più che questo sia in meglio o in peggio, basta che qualcosa cambi. La situazione in questo senso è preoccupante. Parafrasando Moretti quando da spettatore televisivo invocava D'Alema a dire qualcosa di sinistra è immediatamente dopo riduceva le proprie richieste ad un semplice "dì qualcosa!". Oggi i cittadini chiedono alla politica, a Renzi, a Grillo, a Salvini, al Sindaco del paese, a chiunque di noi, di fare qualcosa di concreto che cambi una realtà e un presente che non piace a nessuno.

La domande che oggi Moretti farebbe a Renzi sarebbero, "fai qualcosa di sinistra", e immediatamente dopo "fa qualcosa!". Di questa cosa dobbiamo tenerne conto. Il Paese è arrivato ad un tale abisso di parossismo e inerzia che chi assume responsabilità politica oggi deve agire e agire in fretta, anche perché la responsabilità dell'inazione è attribuita a ragione a noi politici e se Bottazzi mi permette la battuta, i politici di ieri hanno qualche responsabilità in più rispetto a quelli di oggi. Mi permetto di dire questo non avendo votato il Jobs Act in ragione di dubbi non risolti, ma non per questo vado in giro a vantarmi di questa scelta. Per tre ragioni.

La prima è proprio il fatto che se uno ascolta la propria coscienza significa che usa il dubbio come metodo di discernimento, quindi fatta comunque una scelta non può il giorno dopo trasformarsi in un pasdaran. Diffido degli invasati o di chi spara certezze su qualsiasi argomento, si inizia col chiedere libertà e si finisce col distruggere la biblioteca di Alessandria o le statue del Buddha. La seconda ragione per non fare del Jobs Act una bandiera ideologica in un senso o nell'altro risiede nel fatto che la situazione del lavoro in Italia è drammatica, in primo luogo per chi non ce l'ha.

Le ricette usate fino ad oggi si sono dimostrate palesemente inefficaci a risolvere il problema. Ho qualche dubbio che anche questa lo sia, ma comunque non mi vanterei mai di aver difeso quella precedente e in ogni caso ora faccio il tifo perché la riforma funzioni. Non mi interessa il risultato politico astratto, ma il fatto che trovino lavoro e tutele quelli che oggi non le hanno. Infine il fatto che quando si appartiene ad una comunità se ne rispettano le regole. Io sono un parlamentare del Pd, un partito e un gruppo molto democratici che ammettono anche posizioni differenziate, questo non vuol dire però che queste differenze debbano essere usate per ampliare le distanze interne.

Non ho votato il Jobs Act, ma non pretendo di avere ragione o di essere l'unico ad avere capito qualcosa. Anzi inviterei tutti nel Pd, favorevoli o contrari ad evitare di forzare ideologicamente le posizioni dopo che le decisioni sono state prese, su questo e su altri temi, a Reggio e a Roma. Eviterei mozioni inutili nei consigli comunali così come eviterei di dire che il Jobs Act è incostituzionale da parte di chi l'ha appena votato.

Concludo da dove ero partito. La sinistra, fuori e dentro il Pd è in difficoltà per varie ragioni. Mi limito a trattarne una, la prima e più importante. La sinistra italiana negli ultimi decenni, a parte qualche sprazzo di vitalità, è stata quasi sempre inerziale e conservatrice, le sconfitte del '94 e del 2013 sono state gli shodown di questa attitudine e non è un caso che dopo l'ultima volta Renzi si sia preso in un baleno partito e governo. Ogni cambiamento profondo è sempre parso impossibile o perché c'erano conquiste del passato giudicate inviolabili o perché si era arrivati a rappresentare talmente trasversalmente la società da trovare sempre un nostro interlocutore da non deludere o perché abbiamo coltivato una classe dirigente avvolta dal senso di colpa per essere stata comunista e addestrata così finemente al gradualismo da rendere le progressioni talmente lente da sfidare in staticità un carrello di Tarkovskij.

Per stare sul cinema la sinistra assomiglia a una inquadratura di Antonioni, che dopo aver atteso che Monica Vitti lentamente percorresse tutta la strada, alla fine quando questa l'abbandona non la segue neppure e rimane ad inquadrare la strada vuota.

Anche oggi la sinistra Pd si colloca in trincea su tutti i temi, difendendo l'esistente dall'iniziativa di riforma di Renzi, con l'aggravante di credibilità di alcuni esponenti, incendiari a colazione e pompieri a pranzo, già accomodati a posti di comando nel partito e nel Governo. Questa è la strada migliore per scomparire definitivamente. Se la sinistra vuole incidere deve essere la forza del cambiamento e riallineare i punti cardinali. Deve porre temi propri e smetterla di inseguire l'iniziativa altrui, parlare meno di collegi elettorali e preferenze e più di diritti, ambiente e legalità.

La sinistra deve essere coerente e non tattica nelle proprie battaglie politiche, altrimenti cosa serve avere ideali. Abbiamo per anni detto che le preferenze sono problema e oggi facciamo la battaglia per reintrodurle. Io non ci sto. Sinistra e cambiamento devono di nuovo coincidere e perché succeda non basta certo un voto.


 

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