Va a incassare il buono ma per le Poste è smarrito
Villa Minozzo: scatta un’inchiesta, sotto processo l’ex direttrice dell’ufficio Per la Corte il reato è prescritto. Risarcita però l’intestataria del titolo postale
VILLA MINOZZO. Un buono fruttifero postale intestato a marito e moglie – da un milione di lire quando era stato attivato nel 1983 – che rimane in quiescenza per trent’anni.
Nel frattempo il marito muore e nel 2013 la vedova, accompagnata dalla figlia, va all’ufficio postale per ritirare i soldi, col tempo arrivati – a colpi di interessi maturati – alla bella cifra di 4.500 euro. Ma è quando mostra l’originale del buono fruttifero che la vicenda si complica, lasciando di stucco madre e figlia.
Per l’ufficio postale quel buono risulta essere smarrito e sui documenti che attestano tutto ciò c’è la firma della direttrice, cioè la 55enne Alice Fontana. Un colpo di scena che subito fa partire un’inchiesta, interna delle Poste, con successiva denuncia alla procura della Repubblica di Reggio Emilia.
Ieri mattina, in tribunale, si è arrivati all’udienza decisiva sul caso. Un dirigente delle Poste ha spiegato come la riscossione di un buono sia un’operazione di sportello, mentre è il direttore dell’ufficio postale che deve accertarsi che il buono sia stato effettivamente smarrito, firmando i relativi documenti.
Il pm Isabella Chiesi ha chiesto per l’ormai ex direttrice una condanna a due anni di reclusione, individuando nella condotta dell’imputata, desunta dalla documentazione reperita, il reato di peculato.
Una tesi contrastata dal difensore dell’ex direttrice – cioè l’avvocato Carlo Fontana – che ha tra l’altro sottolineato come, anche secondo una sentenze della Cassazione, un dipendente delle Poste non può essere considerato né un pubblico ufficiale né un incaricato di pubblico servizio, elementi indispensabili perchè si possa parlare di peculato. Semmai si doveva parlare di un altro reato, ma il difensore ha comunque negato la responsabilità dell’ex direttrice per quell’ammanco, anche se ha risarcito (con circa 8mila euro) l’intestataria del buono postale. Dopo poco più di mezz’ora di camera di consiglio, la Corte – presieduta da Francesco Caruso – ha ritenuto che la vicenda non sia inquadrabile come peculato, bensì come appropriazione indebita aggravata, da qui il non doversi procedere nei confronti della Fontana perché il reato è prescritto. In aula non è presente nessuno dei protagonisti di questa vicenda, solo gli addetti ai lavori.
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