Gazzetta di Reggio

Reggio

bologna

Operazione Zarina, cinque dure condanne

di Tiziano Soresina
Operazione Zarina, cinque dure condanne

Il giudice più severo rispetto alle richieste del pm antimafia: cinque anni a Muto, quattro anni a Periti e Tarantino

3 MINUTI DI LETTURA





BOLOGNA. Cinque condanne più pesanti di quelle richieste dal pm antimafia Marco Mescolini e otto persone rinviate a giudizio: è il primo “scossone” giudiziario maturato ieri davanti al gup di Bologna e connesso a due operazioni dei carabinieri (Zarina e Aurora) contro l’ndrangheta che nell’aprile scorso culminarono in 13 arresti e nel sequestro di beni che sfiorarono i 13 milioni di euro. L’accusa è di aver intestato a prestanome beni, immobili e società intere (attive soprattutto nel ramo dei trasporti), con il reinvestimento di capitali di provenienza illecita: dietro vi sarebbe la “regìa” del boss 38enne Michele Pugliese, legato ai clan Arena e Nicoscia di Isola Capo Rizzuto.

I cinque condannati – nei guai per reimpiego di capitali e intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa – sono stati giudicati con rito abbreviato e dopo circa un’ora il giudice felsineo è uscito dalla camera di consiglio con pene non indifferenti: la condanna più rilevante al 50enne Vito Muto (5 anni e 2 mesi di reclusione), mentre alla moglie 45enne Anna La Face (la coppia viveva a Guastalla) è andata meglio con 2 anni di carcere ma con la sospensione condizionale della pena (lei è libera, il marito è ora agli arresti domiciliari). Per l’Antimafia erano al servizio di Pugliese, rendendosi intestatari di società d’autotrasporti in realtà controllate dal boss. I coniugi Muto sono difesi dall’avvocato Antonio Sarzi Amadè che, al termine dell’udienza, non va al di là di un più che prudente «attendo di leggere le motivazioni della sentenza».

Sulla stessa linea d’onda l’avvocato Giuseppe Migale Ranieri: il suo assistito – il 37enne Federico Periti, che risiedeva a Montecchio ed è in cella a Voghera – è stato condannato a 4 anni di reclusione. L’avvocato Migale Ranieri attende le motivazioni, comunque già annuncia che farà appello. Quattro anni di carcere anche per il 41enne Diego Tarantino (era domiciliato a Santa Vittoria di Gualtieri, dopo aver conosciuto il carcere è ora agli arresti domiciliari).

Infine 2 anni di cella per il 27enne Salvatore Mungo (residente a Santa Vittoria, è ai domiciliari) che per l’accusa si è reso disponibile a fare da prestanome per Pugliese. Andranno, invece, a processo – in tribunale a Bologna, prima udienza l’8 ottobre – gli altri otto coinvolti nella maxi retata e accusati di estorsione, reimpiego di capitali e intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa.

Alla sbarra vi saranno Michele Pugliese detto “la papera” e la sua ex compagna Caterina Tipaldi detta “la zarina”, ma anche quattro membri della famiglia Pugliese (Mirko, Vittoria, Doriana e Mery), Giuseppe Ranieri (cognato del boss, che era domiciliato a Guastalla) e Carmela Faustini.

L'indagine prese il via nel 2010 con un esposto-denuncia di Enrico Bini (allora presidente della Camera di commercio) e da un controllo dei carabinieri sulla società «Autotrasporti emiliana inerti srl unipersonale» (con sede operativa a Gualtieri e sede legale ad Isola Capo Rizzuto), il cui amministratore unico era Federico Periti (ma a gestirla era di fatto Pugliese, che aveva sottratto numerosi beni al sequestro preventivo dell'operazione Pandora intestandoli ad altre persone). Ora la prima “svolta” giudiziaria.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google