Viaggio dalla donazione alla trasfusione
Roberto Baricchi, direttore del reparto di Medicina trasfusionale: «I singoli meccanismi devono funzionare alla perfezione»
REGGIO EMILIA. Non tutto il sangue scorre nelle vene. Ci esce, attraverso una donazione. Ci rientra, mediante una trasfusione. Ma tra una fase e l’altra quale via segue? Arcispedale Santa Maria Nuova, ala nord, piano -1. Il direttore di medicina trasfusionale Roberto Baricchi ci accoglie con un sorriso: «Ho visto che ha con sé un bel po’ di fogli. Le serviranno…».
Il reparto è un labirinto di stanze. Tra centrifughe, lettini per prelievi, separatori cellulari, bilance di precisione, frigoriferi. «Innanzitutto una premessa – attacca Baricchi –. Occorre distinguere tra raccolta istituzionale, quella che avviene al Santa Maria Nuova, al Magati di Scandiano dove vengono prelevati plasma e sangue intero e al Sant’Anna di Castelnovo Monti (sangue intero), e associativa (Avis) nei 24 punti di raccolta dislocati in tutta la provincia.
Da loro arriva circa il 60/70% del fabbisogno di globuli rossi e metà del plasma totale. Nei 24 punti di raccolta si preleva sangue intero, eccezion fatta per Guastalla e Cavriago dove si effettua anche la raccolta di plasma». Per la raccolta nei 24 punti «l’associazione – spiega Baricchi – deve documentare, certificare e accreditare il trasporto. Le sacche giungono qui in contenitori appositi realizzati in triplo strato con tanto di scudo rigido esterno e scudo intermedio dotato di termometro per la misurazione. Sono ammesse solo minime oscillazioni di temperatura».
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La donazione dà il via all’intero processo. E a quel punto è come entrare in un gigantesco orologio dove ogni singolo meccanismo deve funzionare alla perfezione. «Al donatore vengono prelevate una sacca da circa 450 grammi e 5 provette. La sacca attraversa immediatamente il reparto e passa nella stanza delle centrifughe. Il sangue viene scisso in globuli rossi, plasma e piastrine. Gli scompositori (le macchine che dividono il sangue) negli ultimi anni, hanno subito profonde trasformazioni. Da una lavorazione più manuale a una altamente informatizzata. Viene registrato tutto, ogni singola informazione indispensabile a garantire la rintracciabilità del donatore: nome dell’infermiere che ha seguito la donazione, medico che ha selezionato il donatore, provette associate alla sacca, lotto e peso di quest’ultima, durata della donazione ed eventuali interruzioni, nel caso si siano verificate, del flusso sanguigno. Dati che il gestionale raccoglie. Lo stesso avviene nei punti esterni. Le oltre 70 bilance fornite trasmettono le informazioni indispensabili».
La sacca di sangue viene dunque “scissa”. E le 5 provette? «Tre si dirigono a Modena per gli esami di infettività. Due restano a Reggio per i controlli relativi al gruppo sanguigno e all’emocromo. I dati dal centro modenese arrivano per via telematica e, se non ci sono problemi, immediatamente fatti confluire sulla sacca. Assieme alle verifiche effettuate al Santa Maria. Se anche queste sono ok, viene prodotta l’etichetta che certifica l’idoneità del donatore e la scadenza (42 giorni). A questo punto la sacca viene stoccata nel frigorifero “A”, dove viene suddivisa in base al gruppo».
«Quando arriva la richiesta dal reparto - aggiunge Baricchi - la sacca viene trasportata dal frigorifero “A” a quello “B” dove viene assegnata al paziente che potrebbe necessitarne. Il sangue, per arrivare al paziente, viene consegnato a personale addetto al trasporto. Ogni singola fase, ogni passaggio, è documentato da compilazione di relativi moduli siglati da firme. Qualora il paziente non dovesse averne necessità, la sacca rientra al trasfusionale dove si effettua la restituzione dell’unità. Anche qui, come è logico, tutto deve essere certificato».
Un tour che il dottor Baricchi narra con semplicità, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. E mentre ci conduce a visitare il reparto ed effettua una piccola sosta davanti a una porta («questo, vede, è come il Rio Bravo, il limite invalicabile tra chi dona e chi ha bisogno di una trasfusione»), una domanda sorge spontanea? Ma alla notte, tra infiniti controlli, documenti da firmare, etichette e frigoriferi da gestire, rapporti coi reparti e urgenze varie, il dottor Baricchi riesce a dormire?”.
Un altro sorriso appare sul suo volto: «Sì, ce la faccio. Il telefono resta sempre acceso ed è capitato che, in alcuni momenti, avessimo carenza di sangue di un certo gruppo. Logico che ci sia preoccupazione ma, con l’esperienza, si impara a conviverci. In reparto c’è collaborazione, possiamo contare su un personale altamente qualificato. Il nostro è un lavoro oscuro, la cui perfetta funzionalità viene spesso data per scontata. Lavoro che tuttavia garantisce la funzionalità di tutti gli ospedali della provincia”. Non tutto il sangue dunque scorre nelle vene. Da donazione a trasfusione. Questa è la sua via».
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