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l’analisi

C’era una volta il modello Emilia: anche la politica accusa il colpo

di Massimiliano Panarari
C’era una volta il modello Emilia: anche la politica accusa il colpo

La difficile sfida di Bonaccini con un astensionismo oltre il livello di guardia

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REGGIO EMILIA. Che fine ha fatto “Quel gran pezzo dell'Emilia”, come l'aveva impareggiabilmente chiamata in un suo libro di grande successo Edmondo Berselli? Si rivela piuttosto ammaccata e non è più l'Emilia felix a cui tanti hanno guardato con ammirazione negli scorsi decenni.

Esito dell'omologazione irresistibile imposta dalla globalizzazione, della tremenda recessione economica che non ha risparmiato proprio nessuna area geografica nel corso di questi ultimi anni, ma anche di una conformità di comportamenti sociopolitici che hanno incrinato la (appunto un tempo) felice eccezione emiliana e la sua unicità nel panorama nazionale.

A quest'atmosfera in chiaroscuro che è calata sulla regione è dedicato il corposo dossier dell'ultimo numero della rivista il Mulino (1/2015), che il tema lo indaga da tempo con una certa attenzione e all'insegna della ricchezza analitica che le è propria. E non si tratta unicamente, e neppure specificamente, del pur gravissimo e inquietante romanzo criminale che si è scoperchiato in queste ultime settimane (e di cui i lettori di queste colonne sono doviziosamente informati grazie al lavoro dei giornalisti della Gazzetta di Reggio).

Si tratta dell'incrinarsi nella percezione di tanti cittadini emiliani-romagnoli della tenuta e capacità di risposta di quel modello emiliano che era stato un vanto di queste terre e ne aveva determinato un sostanzioso incivilimento.

Insomma, niente più "specchio delle mie brame" in cui riflettersi così orgogliosamente come si è fatto per tanto tempo. Ora, non è la sua caduta irreversibile, né la scomparsa completa degli aspetti positivi di questi territori, ma la spinta propulsiva si è definitivamente arrestata (e da un po'), e quando un modello non riesce più a innovare, e neppure in taluni ambiti a manutenersi adeguatamente, si può parlare della sua fine, anche se pezzi dell'eredità permangono vivi e vegeti. Ed è proprio quanto delineano i saggi, differenti come impostazione e oggetto di indagine, del dossier sul tramonto dell'Emilia felix della nuova uscita del Mulino.

Franco Mosconi – uno dei più conosciuti economisti industriali italiani, professore all'Università di Parma – si domanda cosa ne è del modello sotto il profilo dell'industria manifatturiera, e constata come esso sia andato incontro a una metamorfosi che ha ampliato la distanza tra le imprese del territorio internazionalizzate (sempre più forti e capaci di inserirsi a pieno titolo nella competizione globale) e i tradizionali distretti sui quali la morsa della crisi si è abbattuta assai pesantemente, con ricadute occupazionali sotto gli occhi di tutti.

I sociologi Roberto Rizza ed Emanuele Pavolini osservano invece il prisma infranto del (fu) modello emiliano sotto l'angolo visuale del welfare, che ne è stato un pilastro prezioso. E se la sanità ha sostanzialmente tenuto, lo "stato sociale all'emiliana" non appare in grado di fare efficacemente fronte ai nuovi bisogni né di contrastare le nuove povertà, e ha particolarmente subìto – nei luoghi della "socialdemocrazia realizzata" – la precarizzazione del lavoro e la diffusione della correlata instabilità, con una formazione professionale che non si è rivelata in grado di generare nuovi impieghi.

Ma il modello ha soprattutto accusato il colpo, ed è andato sotto scacco, laddove si collocava la sua peculiarità per eccellenza, ovvero nella politica, tra crisi della mobilitazione, disallineamento politico (come lo chiamano i politologi), astensionismo arrivato alle ultime elezioni regionali a un livello ben oltre la soglia di guardia, assenza di innovazione e un immobilismo che durava da troppi anni. E la cui interruzione rappresenta, per l'appunto, la principale posta in gioco della nuova giunta regionale presieduta da Stefano Bonaccini, che si trova di fronte a una sfida imponente e da far tremare le vene.

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