Cosa resta dell’Emilia da regione modello a terra che arranca
La rivista Il Mulino dedica quattro studi al nuovo scenario La crisi ha colpito duro un sistema ora in forte sofferenza
REGGIO EMILIA. Molta acqua è passata sotto i ponti da quando Romano Prodi esibiva nel mondo il florido sistema delle piccole e medie imprese dell'Emilia-Romagna raggruppate in distretti produttivi, mentre il welfare regionale era invidiato nel resto d'Italia e la scuola per l'infanzia Diana di Reggio veniva definita "l'asilo più bello del mondo" dalla rivista americana Newsweek. Ora che ne è del modello emiliano?
Il trimestrale Il Mulino, nel primo numero del 2015, sviscera la questione con i contributi di quattro studiosi che danno risposte diverse. Secondo Franco Mosconi esso è "tutt'altro che finito, anzi si trova nel bel mezzo di una profonda trasformazione, l'ormai familiare metamorfosi".
Roberto Rizza constata la "destabilizzazione dei lavoratori un tempo stabili", ma la loro condizione, a suo avviso, è meno precaria rispetto a un "panorama nazionale fosco". Emmanuele Pavolini ritiene che il sistema di protezione sociale regga per ora i colpi della crisi, ma sia stato colto di sorpresa dagli "emergenti e crescenti bisogni dei giovani in campo occupazionale e formativo".
Più pessimista è Massimiliano Panarari – editorialista della Gazzetta di Reggio – che diagnostica "l'indebolimento assai marcato dei pilastri e delle fondazioni del modello emiliano", accompagnato da una "crisi di sistema che ha investito la totalità delle forze politiche". Il cauto ottimismo di Mosconi si basa, al contrario, sulla tenuta dell'apparato produttivo, che, a suo parere, ha saputo trasformarsi per reggere la sfida del mercato globale. Il nanismo delle imprese, divenuto un ostacolo allo sviluppo, è stato superato, ma è stato conservata la loro propensione positiva a cooperare in un rapporto di competizione.
Ma la vera novità degli ultimi decenni è l'affermazione di nuove aree industriali ormai affermate a livelli di eccellenza, come la meccatronica reggiana, fiorita sul tronco della meccanica, la biomedicale con centro a Mirandola, il distretto bolognese delle macchine per l'imballaggio e la filiera dell'automotive, mentre nel parmense è cresciuta una delle aziende leader della farmaceutica italiana. Fra il 2001 e il 2011 il numero degli addetti nei comparti a contenuto tecnologico alto e medio-alto è cresciuto rispettivamente del 15,2 e del 9,6%, mentre è fortemente diminuito a livello nazionale.
Non mancano le ombre, anzitutto le crescenti diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e il dualismo fra la crescita delle aziende esportatrici e la stagnazione delle altre. Per fortuna la propensione all'export sfiora il 30% della produzione e si stanno consolidando i rapporti con l'estero, anzitutto con la Germania, ma anche con gli Stati Uniti, grazie al grosso investimento di Philip Morris nel bolognese. Roberto Rizza sottolinea il risvolto più preoccupante di questo sviluppo ai vertici della tecnologia: il crollo dell'occupazione. Dal dopoguerra l'Emilia-Romagna si era distinta per le opportunità di lavoro offerte alle donne e per le politiche orientate verso l'inserimento produttivo di fasce deboli. A ciò era finalizzato il sostegno alla formazione e all'istruzione professionale, grazie anche all'impiego di fondi comunitari. Gli esiti, però, sono stati a suo avviso mediamente deludenti.
La situazione è precipitata con l'esplodere della crisi. Dal 2008 ad oggi i disoccupati sono aumentati da 66 a 163mila. L'incremento (146%) è stato superiore a quello registrato nell'insieme del Nord-Est (114,7%) e dell'Italia (81,6%). Il tasso d'occupazione è calato dal 74 al 70%. La disoccupazione giovanile è passata dal 10,8% al 33,3%. I Neet (giovani che non lavorano nè studiano) sono cresciuti del 98,1%. Neppure il welfare familiare esce indenne dalla recessione.
Emmanuele Pavolini ritiene che il successo del modello emiliano si basasse sulla capacità di lettura dei bisogni sociali e di innovazione da parte di attori diversi, non solo pubblici, ma anche del terzo settore. Ora, mentre calano le risorse, aumenta la popolazione bisognosa d'assistenza. L'incidenza degli ultrasettantenni era già rilevante (9%) negli anni Novanta. Adesso arriva al 12%, un dato fra i più alti in Italia e in nell'Europa. Gli anziani assistiti dai servizi domiciliari sono cresciuti dal 2% del 2001 a quasi il 12% del 2012, grazie anche al fondo regionale per la non autosufficienza.
Negli ultimi due o tre anni sta calando, invece, la richiesta di servizi per l'infanzia. Oltre un quarto dei minori di 3 anni ne usufruiva contro l'8,4% dell'insieme del Centro-Nord agevolando il tasso di attività femminile, che era ed è il più elevato in Italia (66,1% rispetto al 60,6% del Centro-Nord).
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
