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«È alto il tasso di lisozima nel Reggiano sequestrato»

di Tiziano Soresina
«È alto il tasso di lisozima nel Reggiano sequestrato»

Dopo gli accertamenti di tre mesi fa, ora le analisi sul nuovo sequestro di forme Summit degli inquirenti in procura. Non ancora sentiti i tre imprenditori indagati

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REGGIO EMILIA. Dopo i clamori delle perquisizioni effettuate principalmente dai carabinieri del Nucleo antifrode (Nac) di Parma in una quindicina fra caseifici e magazini di stoccaggio sia di Parmigiano Reggiano che di Grana Padano, ora la parola passa alle analisi chimiche.

Gli esperti di laboratorio dovranno approfondire – a campione – i sospetti nati tre mesi fa in alcune ispezioni con conseguenti sequestri di carattere amministrativo. Allora sarebbero emerse - nei formaggi finiti sotto tiro - difetti strutturali, difformità nelle croste, fessurazioni (veri e propri "buchi" nel prodotto) e la presenza del conservante lisozima (nella produzione del Parmigiano Reggiano non è prevista questa sostanza che prolunga il periodo di conservazione degli alimenti proteggendoli dal deterioramento provocato da microrganismi). Forme che per gli inquirenti andavano scartate e che, invece, stavano per essere commercializzate.

Relativamente al conservante, la concentrazione nel Parmigiano Reggiano bloccato tre mesi fa sarebbe piuttosto alta ed ora gli inquirenti vogliono capire – tramite i nuovi cospicui sequestri, si parla infatti di migliaia di forme – se questo sia l’andazzo illecito, il perché di quest’uso non consentito di lisozima e, se tutto ciò trova conferme, cosa possa significare per la salute umana.

Il servizio veterinario dell’Ausl che, con i suoi periodici controlli nei caseifici, ha il polso della situazione, ritiene che possa trattarsi più di una frode commerciale che di un problema di salute pubblica.

«Le informazioni di carattere scientifico in nostro possesso – spiega il dottor Prospero Mussini – non indicano elementi di pericolosità per la salute a causa della lisozima che sarebbe stata riscontrata in quelle forme di Parmigiano Regiano. Se ciò verrà confermato, l’inchiesta metterebbe più in risalto una frode commerciale, perché il disciplinare del Parmigiano Reggiano non prevede nella produzione l’utilizzo di questo conservante che comunque non è un veleno, è un antifermentante, un antibatterico. In altri formaggi la lisozima è consentita. Se poi queste indagini saranno la molla per far intervenire il ministero della Salute, allora le cose potrebbero cambiare. Ma, al momento – conclude – la sicurezza alimentare non è in discussione».

Sul registro degli indagati tre imprenditori lattiero-caseari e uno di questi è un pezzo da novanta, cioè Dante Bigi che il fondatore della Nuova Castelli e soprattutto il maggiore esportatore italiano di Parmigiano Reggiano. Indagati, anche, l'imprenditore fiorentino 46enne Luigi Fici (attuale amministratore delegato della Nuova Castelli) e il collega mantovano 47enne Mario Panazza (che è il presidente del cda della Casearia Gentile, ma anche del cda della Casearia Tricolore). I tre imprenditori sono accusati di frode nell'esercizio del commercio e contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari.

Hanno ricevuto l’informazione di garanzia ma non sono stati ancora interrogati dagli investigatori che ieri – in serata – hanno fatto un primo punto della situazione, in procura, con il sostituto procuratore Maria Rita Pantani che coordina le indagini.

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