Caos rifiuti, ora è a rischio l’impianto di Gavassa
Iren ha già speso 7 milioni di euro per il progetto e l’acquisizione delle aree ma il futuro dell’inceneritore di Parma rischia di condizionare le scelte reggiane
REGGIO EMILIA. A Gavassa è tutto pronto, nel senso che è tutto come è sempre stato da quando si decise che lì dovrebbe sorgere l’impianto di Trattamento Meccanico dei rifiuti, già Trattamento Meccanico Biologico. In pratica la “terza gamba” del sistema di smaltimento dei rifiuti tra Reggio e Parma: da una parte la raccolta differenziata - che Reggio è determinata ad estendere, entro il 2017, fino a Castelnovo Monti - dall’altra, appunto, il sistema di trattamento dei rifiuti; dall’altra ancora, infine, l’inceneritore di Uguzzolo, nel Parmense.
DA PARMA A REGGIO. Invero, proprio attorno, al contestatissimo camino d’oltre Enza, la partita si sta complicando non poco. E il rischio di ripercussioni su Reggio - e in genere, sui piani di Iren - è assai concreto. Ma andiamo con ordine: nel novembre scorso, la Provincia di Reggio ha autorizzato il progetto definitivo per la costruzione dell’impianto Tm a Gavassa, mandando gli atti all’Artesir, l’Agenzia territoriale per i servizi idrici e i rifiuti. Che però ha imposto un primo stop alla gara: anche sulla base delle indicazioni arrivate dall’Autorità nazionale anti-corruzione - ha detto in sostanza l’Artesir, è opportuno che questa gara relativa all’impianto di Gavassa sia inserita all’interno del piano del Servizio rifiuti che la Regione deve predisporre e che anzi avrebbe dovuto già essere operativo da qualche mese, ma la crisi generata dalle dimissioni di Errani nell’estate scorsa, ha bloccato tutto.
PALLA ALLA REGIONE. Ora tocca alla giunta guidata da Stefano Bonaccini predisporre un quadro globale della situazione, stabilendo chi fa cosa nella gestione regionale dei rifiuti. Ma non è soltanto il ritardo generato dal cambio di giunta in viale Aldo Moro a rendere incerta la situazione: nel frattempo - ed è un paradosso se si pensa al nome del provvedimento - ci si è messo anche il Decreto “sblocca Italia” che stabilisce che gli inceneritori come quello di Uguzzolo debbano funzionare alla loro potenza massima: parliamo di 50mila tonnellate di rifiuti in più da bruciare ogni anno. Una norma che cambierebbe radicalmente la portata (e l’impatto, anche ambientale) del termovalorizzatore di Parma. Il condizionale è tuttavia d’obbligo perché il Decreto del governo sconfessa una legge regionale che impone invece dei limiti agli impianti come quelli di Uguzzolo. E questo è dunque un altro nodo da sciogliere, da cui dipende il futuro dell’impianto di Gavassa. Un impianto, su cui già da Reggio s’addensano nubi e non da oggi. Nelle scorse settimane, un gruppo di consiglieri comunali del Pd aveva già posto il tema con un documento in cui, oltre a chiedere impegni concreti per premiare chi - tra i cittadini utenti - differenzia di più, sottolineava la necessità di rianalizzare gli investimenti di Iren, compreso quelli sull’impianto di Gavassa.
I SOLDI SPESI. Già, gli investimenti. E’ questo uno dei temi che - dell’intera vicenda - tocca più da vicino Reggio. Perché sull’impianto di Gavassa - che si chiami Tmb o più semplicemente Tm - sono già stati spesi qualcosa come 7 milioni di euro. Tanto sono costate - secondo i dati iscritti a bilancio da Iren - le acquisizioni dei terreni e il progetto dell’impianto. Un progetto che si divide in tre parti: la parte urbanistica (opere di urbanizzazione e viabilistiche attorno allo stabilimento), la parte edilizi (i capannoni) e quella tecnologica sugli impianti.
IL PIANO B DI IREN. E se tutti quei soldi fossero alla fine stati spesi invano? L’eventualità fa correre un brivido lungo la schiena agli amministratori locali e ai top manager di Iren, anche se da via Nubi di Magellano fanno sapere che vi sarebbe pronto una sorte di “piano B”, che consentirebbe di ammortizzare la spesa milionaria già effettuata su Gavassa. L’idea è quella della costruzione di un impianto abbastanza simile anche dal punto di vista tecnologico a quello del Tm di cui si discute ormai da anni. Un impianto che in questo caso servirebbe però il bio-recupero della plastica.
massimosesena
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