Gazzetta di Reggio

Reggio

Lavoro nero: sigilli a 12 attività cinesi

di Enrico Lorenzo Tidona
Lavoro nero: sigilli a 12 attività cinesi

Controlli anche in centro città: espulsi sette clandestini denunciati 11 tra parrucchieri, baristi e imprenditori tessili

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REGGIO EMILIA. Una parrucchiera e due laboratori tessili avevano tutti i dipendenti in nero. In un bar, da un parrucchiere e in altri due laboratori tessili la situazione era leggermente migliore, con circa il 50 per cento della forza lavoro trovata senza un regolare contratto. Sono alcuni dei risultati della tre giorni di controlli a tappeto da poco terminati dei carabinieri di Reggio Emilia nei confronti di una trentina tra laboratori tessili e attività commerciali (ristoranti, bar, centri massaggi, parrucchieri) in mano a imprenditori cinesi.

Un’operazione su larga scala, estesa a tutta la provincia (compresa la bassa con Luzzara, Novellara e Campagnola Emilia) ma che ha rilevato la più alta incidenza di illeciti nel quadrante della stazione di Reggio, puntellata dalle tante attività gestite dai cittadini giunti da Oriente. Ciò che è apparso davanti agli occhi dei militari e del nucleo Ispettorato del lavoro di Roma e Reggio è ancora una volta una realtà economica e sociale viziata da un’illegalità diffusa.

In seguito ai controlli sono stati denunciati 12 imprenditori: 6 per occupazione di manodopera clandestina e altrettanti per utilizzo di telecamere per controllo dei lavoratori non autorizzate. Molti dipendenti, infatti, oltre a non essere in regola, erano spiati giorno e notte dai titolari che li seguivano anche a distanza utilizzando i sistemi video a circuito chiuso installati nei diversi esercizi. L’operazione ha portato a 11 provvedimenti di sospensione dell’attività dopo ben 102 controlli di posizioni lavorative. Facendo la media, il 20 per cento delle persone finite nella maglia dei controlli lavorava in nero. In alcuni casi, considerati quindi più gravi, sono state trovate persone clandestine. Ad essere sprovviste del permesso di soggiorno sono sette cittadini, sempre di nazionalità cinese, che sono stati poi espulsi. In totale gli ispettori hanno emesso sanzioni per oltre 100mila euro tra quelle amministrative e ammende varie. Nella realtà dei fatti, però, molte di queste attività hanno già riaperto i battenti. Gli stessi imprenditori sanzionati, da quanto risulta, si sono precipitati a pagare le sanzioni per ridurre al minimo la chiusura. Nei casi di lavoro nero, infatti, i gestori cinesi vengono chiamati a versare anche i contributi pregressi per poter poi rimettere in moto l’attività. Una sorta di gioco dell’elastico che permette di tornare al lavoro dopo un esborso in contanti che permette di sanare il contenzioso.

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