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No al porto d’armi per Vito Lombardo

No al porto d’armi per Vito Lombardo

Il Tar boccia i ricorsi dell’imprenditore cutrese e di sua figlia: «Contesto familiare riconducibile ad ambienti malavitosi»

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REGGIO EMILIA. «Un contesto familiare caratterizzato da rapporti di parentela o affinità con persone a vario titolo riconducibili ad ambienti malavitosi». Niente armi per Vito Lombardo. È con questa motivazione che il Tar di Parma ha rifiutato il ricorso presentato dall’imprenditore edile, originario di Cutro, che il 23 novembre 2010 era stato ferito a colpi di pistola in un agguato poco lontano dalla sua abitazione di Coviolo.

Per quell’aggressione, a maggio dell’anno scorso, è stato condannato in primo grado Gino Renato, suo vicino di casa a Cutro, al termine di un lungo procedimento penale caratterizzato da un intenso giro di vite sulle armi.

Nei confronti di Vito Lombardi, il questore aveva revocato la licenza di porto di fucile per tiro a volo. Pressoché in contemporanea, la Prefettura aveva inoltre disposto il divieto di detenere armi, munizioni e materie esplodenti. Decisioni in parte estese anche a Francesca Lombardo, sua figlia e convivente, raggiunta nel 2013 da un medesimo decreto di revoca della licenza notificato dalla Questura.

I provvedimenti sono stati impugnati, sollevando vizi di istruttoria, difetti di motivazione e un travisamento dei fatti. Ma, sia per Vito Lombardo che per sua figlia Francesca, dal Tar di Parma sono arrivati due “no”, ai quali si aggiunge anche la condanna al pagamento delle spese per il giudizio.

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Secondo i giudici amministrativi – che nel caso di Vito Lombardo citano stralci del provvedimento del questore, tra i quali la presenza di «relazioni pericolose» tali «da essere stato vittima di un tentato omicidio» – sia Prefettura che Questura hanno agito nell’ambito della discrezionalità propria delle pubbliche amministrazioni in materia di detenzione e porto d’armi.

«Le sue censure esposte sono infondate», si legge nella sentenza emessa dal presidente del Tar di Parma, Angela Radesi, in camera di consiglio con i magistrati Laura Marzano e Marco Poppi.

Vito Lombardo dovrà pagare quattromila euro di spese legali. Quanto alla figlia Francesca – estranea alle vicende del padre – dal Tar rilevano che «il contesto relazionale familiare è il medesimo per entrambi» e che «la giurisprudenza ha già precisato, con orientamento consolidato cui si ritiene di aderire, che nella valutazione di affidabilità dei soggetti titolari di licenza di porto di armi, le situazioni di convivenza non sono neutre ai fini delle valutazioni dell’amministrazione». Per lei il pagamento delle spese processuali ammonta a duemila euro. (e.spa.)

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