Gazzetta di Reggio

Reggio

quaresima

I riti della Pasqua e l'umana via crucis che ci appartiene

Giuseppe Maiolo

Si tratta di uscire dal buio, di risorgere, cioè emergere dagli inferi, dalle profondità oscure del proprio star male, dalla confusione e dal caos

2 MINUTI DI LETTURA





Per i cristiani la Pasqua è il tempo della sofferenza di Cristo ma anche della sua rinascita. Le celebrazioni della Settimana Santa ripropongono la storia, ricordano eventi millenari e ci offrono riti liturgici che possono anche essere letti in chiave psicologica. A guardarli bene infatti essi raccontano di quei processi psicologici che si sviluppano nell’individuo ogni qualvolta avviene un cambiamento esterno o interiore.

È allora che nella vicenda umana lutto e speranza, dolore e gioia si fondono. I colori scuri dei paramenti, le statue coperte nelle chiese, la mestizia dei gesti mentre rinviano il credente al ricordo della morte di Cristo rimandano pure alla perdita interna di parti proprie, alla separazione dalle certezze e al vuoto infinito che si avverte quando si affrontano perdite e trasformazioni.

La morte è in fondo ogni mutamento. È l’abbandono di quegli aspetti che hanno concluso il loro percorso e ci chiedono un rinnovamento. È il punto in cui ci si sente svuotati, indefiniti, smarriti nell’indifferenziato di una fisionomia perduta mentre ancora non s’intravede un nuovo orizzonte né una nuova dimensione. Di solito è un tempo lacerante, un percorso faticoso.

È l’umana Via Crucis che ci appartiene. Può capitare quando dall’infanzia si naviga nel mare turbolento e sconosciuto dell’adolescenza o quando ci si avvia verso la vecchiaia. Ma può avvenire ogni qualvolta ci ritroviamo immersi nel dolore o nella malattia e, impauriti, non riusciamo a intravvedere nuove modalità di vita o un rinnovato ordine di valori.

In effetti si tratta di uscire dal buio, di risorgere, cioè emergere dagli inferi, dalle profondità oscure del proprio star male, dalla confusione e dal caos. La passione e la morte di Cristo così simbolicamente rimandano alle energie nascoste del sottosuolo della coscienza in cui, dolorosamente immersi, bisogna spesso sostare prima di trovare la forza per accendere una nuova luce.

Solo dopo la notte oscura compare il “Lumen Christi” della veglia pasquale, ovvero la fiamma del cero quale metafora di una ritrovata fiducia nella possibilità di rinascere e insieme simbolo di speranza per un nuovo equilibrio da riconoscere dopo il buio della sofferenza.

Officina Benessere

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google