«L’ospedale ridotto sarebbe un disastro per la montagna»
Castelnovo, interviene Vittorio Ruffini della Confesercenti «Più rischi per le donne e aumento dell’emigrazione in città»
CASTELNOVO MONTI. In attesa che intervengano ulteriori dettagli sulle intenzioni della Regione per i punti nascite al di sotto del limite di 500 parti all’anno, che metterebbe a rischio il reparto di Ostetricia del Sant’Anna, ma anche i punti nascite di Borgo Val di Taro e Pavullo nel Frignano, proseguono gli interventi a sostegno di un presidio sanitario ritenuto fondamentale per la tenuta sociale del crinale.
Sul tema afferma ad esempio Vittorio Ruffini, presidente della Confesercenti montana con un passato in importanti incarichi amministrativi in Appennino: «Il progetto di futura chiusura del reparto di ostetricia dell’Ospedale Sant’Anna ci trova del tutto contrari. Non è possibile sacrificare un servizio così importante per le donne della montagna solo perché il servizio sanitario deve risparmiare oppure perché si deve ammortizzare il costo di nuove strutture a Reggio. Ritengo che la montagna e i suoi abitanti debbano essere trattati con maggiore rispetto dalle amministrazioni pubbliche o sanitarie che siano».
Le motivazioni addotte, riguardanti la scarsa sicurezza del reparto a Castelnovo per le troppo poche nascite (circa 150 nel 2014) secondo Ruffini non hanno fondamento: «I trasferimenti obbligati verso Reggio in casi di emergenza potrebbero essere ancora più rischiosi per le partorienti. La verità è cha ancora una volta i servizi montani vengono sacrificati agli interessi delle strutture dei centri maggiori. Ma questa non è buona politica, non è un buon servizio per le popolazioni di territori di per sé già abbastanza svantaggiati. Infine c’è da tenere presente il livello occupazionale garantito dai servizi sanitari in un centro come Castelnovo colpito duramente dalla crisi economica. Non possiamo dimenticare che il Sant’Anna oggi è uno dei principali centri di occupazione del nostro territorio. Cosa succederebbe se pezzo dopo pezzo venisse smontato perché ritenuto non più strategico dal servizio sanitario provinciale? Come potrebbero venire reimpiegate le maestranze? Cosa succederebbe al tessuto produttivo locale se dovessero andare verso Reggio? La risposta è facile, sarebbe un disastro, molte imprese rischierebbero la chiusura perché parte della clientela verrebbe meno. Questo territorio non può permetterselo». (l.t.)
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