Morte di Chiara Maffei, dieci mesi al guidatore
Il padre Giorgio: «Ripagato moralmente da certe parole». La difesa si scaglia su altri «veri responsabili»
CASTELLARANO. Ha seguito ogni udienza a Reggio Emilia del processo in prima fila, per non perdersi i passaggi cruciali della ricostruzione giudiziaria dell’assurdo incidente in cui – il 20 dicembre 2008 – morì sua figlia Chiara, proprio la notte in cui, beffardamente, stava festeggiando il 19esimo compleanno.
Una presenza discreta ma continua, in aula, quella di Giorgio Maffei che ha dentro di sè una grande sofferenza, ma sa ben controllarla, perlomeno in tribunale. Giorgio Maffei ha ascoltato attentamente la lettura della sentenza del giudice Alessandra Cardarelli, che ha condannato Marco Benassi (quella notte al volante dell’auto poi precipitata nel Secchia) a 10 mesi di reclusione (pena sospesa) e contestuale sospensione della patente di guida per lo stesso periodo. E con la solita sofferenza, dettata da una sua precisa valutazione della tragedia – dopo essersi letto e riletto perizie e controperizie, oltre agli atti processuali (nel primo troncone il gup ha chiuso con un “non luogo a procedere” per tre tecnici di altrettanti enti pubblici, verdetto non cambiato in Cassazione) – pochi istanti dopo aver ascoltato la sentenza, il papà di Chiara ha ribadito ciò che pensa.
«Mi auguravo, per Marco, una condanna la più lieve possibile e così è stato. Lui – rimarca con forza – è il minor responsabile di quanto accaduto, comunque mi ha fatto piacere, moralmente, che il procuratore Giorgio Grandinetti abbia evidenziato le gravi traversie vissute da quest’inchiesta. Ma anche l’avvocato difensore Giandomenico Pitaro è stato esplicito, dicendo che è evidente la responsabilità di altri soggetti. Qualcuno di questi è stato assolto da un giudice, qualcun altro no e avrei voluto, invece, che venissero giudicati in un processo». Oltre ai tre tecnici prima citati (del Comune di Baiso, dei Bacini degli affulenti del Po, dell’Assetto idraulico), l’avvocato Pitaro ha indicato la responsabilità del Comune di Castellarano («Sapeva del pericolo di quella strada in cui il fiume aveva scavato una voragine, ma si è limitato ad intervenire nel proprio territorio, senza avvertire il Comune di Baiso, dalla cui parte si era poi immessa la macchina»), tuonando nel complesso contro tutti gli enti tirati in ballo: «Non hanno controllato, nessuno ha fatto nulla». Nelle perizie era spuntato – a livello di responsabilità – anche il Frantoio del Pescale come costruttore di quella strada per l’escavazione nel Secchia, ma la procura (specificatamente il pm Katia Marino, poi il fascicolo è stato “ereditato” nell’ultimo anno dal procuratore capo) non ha ritenuto di procedere contro questa società.
Amara l’ultima considerazione di Giorgio Maffei, andandosene dal tribunale per tornare in famiglia a Castellarano: «Qualcuno doveva vigilare su quella strada, ma non l’ha fatto. E se uno ha un centimetro di coscienza sa, in cuor suo, di essere responsabile...».
Sul comportamento alla guida del 29enne Marco Benassi (foto) si sono scontrati ieri – in aula – pareri decisamente opposti. Il procuratore Giorgio Grandinetti (che ha chiesto una condanna a 2 anni di reclusione) ha parlato di «condotta di guida dissennata, incomprensibile la scelta d’imboccare quella pista da cross, tenendo una velocità non adeguata visto che c’era buio pesto ed era piena di buche, oltretutto a lato di un fiume». Invece gli avvocati difensori Mario Franchella e Giandomenico Pitaro – sostenendo l’assoluzione del loro assistito – hanno ritenuto quell’interruzione della strada come improvvisa, quindi non prevedibile dal conducente. Inoltre che non era una pista da cross, ma una strada larga 7 metri, asfaltata come un tempo, cioè pavimentata con sassi e terriccio, il tutto livellato e compattato. Infine i difensori hanno evidenziato che quella strada era utilizzata abitualmente dagli abitanti della zona, con tanto di presenza di cartelli.
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