«Aemilia, serve un’aula bunker»
L’appello del pm antimafia Mescolini all’incontro con gli studenti in Regione
BOLOGNA. «Ad oggi manca un'aula di tribunale adatta dove celebrare il futuro processo Aemilia, a chiusura della maxi-inchiesta sulla presenza della 'ndrangheta in Emilia Romagna». Lo ha detto ieri mattina nell’aula dell’assemblea legislativa regionale il sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia Marco Mescolini,il magistrato che - insieme al procuratore capo Roberto Alfonso - conduce le indagini di questa inchiesta che ha squassato il mondo politico ed economico della intera regione. A Bologna, Mescolini era l’ospite d’onore di una iniziativa organizzata dalla Regione e dai ragazzi di Cortocircuito Web Tv, che hanno coinvolto una delegazione di studenti delle scuole superiori dell'Emilia Romagna, per affrontare il tema della Mafia. E a proposito di queste oggettive difficoltà logistiche relative al processo, il pm antimafia ha chiesto anche ai vertici di viale Aldo Modo di impegnarsi per trovare lo spazio giusto per le udienze. «Se si farà il processo e se sarò io a rappresentare l’accusa» ha poi aggiunto sibillino il magistrato. E chi ha seguito in queste settimane gli sviluppi dell’inchiesta (con scarcerazioni clamorose almeno quanto gli arresti) non ha potuto far a meno di cogliere un velo di pessimismo in quelle parole. Del resto, che si tratti di una inchiesta difficile, lo ha sottolineato lo stesso magistrato, spiegando agli studenti che cosa sia oggi la mafia. Si combatte l’omertà, che tuttavia è un elemento fondamentale per identificare la presenza di fenomeni mafiosi. Ma si devono soprattutto individuare i reati, impresa più difficile qua al nord piuttosto che al sud, «perché la criminalità - ha detto Mescolini - si adegua al luogo in cui si instaura. A Napoli si spara e qui si lavano i soldi sporchi». Rispondendo alle domande degli studenti, Mescolini ha anche cercato di rispondere a chi - tra i più giovani - chiedeva il perché di questo brusco risveglio dell’Emilia terra di ’ndrangheta. «Uno degli errori che commettiamo più spesso di fronte a certi fatti - ha detto il magistrato - è di pensare che non ci riguardino, cose tra loro, vicende tra calabresi. Lo abbiamo fatto per anni, e lo si legge persino in alcune sentenze. Ma nessuno - ha scandito il pm antimafia - può negare che per dieci anni, tra Reggio e Modena si sia combattuta una guerra di mafia. Pensiamo solo alla bomba al bar Pendolino a Reggio Emilia e agli altri delitti di quegli anni». Poi una nota di colore, che chiama in causa proprio il bisogno di consapevolezza: «Inizialmente - ha detto Mescolini agli studenti - l’inchiesta che ha portato in carcere 117 persone si chiamava “Abisso”. Poi io ho scelto il nome Aemilia, proprio per dare l’idea che riguardava tutti noi».(m.s.)
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