Gazzetta di Reggio

Reggio

Embrione dal compagno morto Al Santa Maria il primo impianto

Embrione dal compagno morto Al Santa Maria il primo impianto

Una 35enne reggiana ottiene l’ok dal giudice per una sentenza che mette in discussione la legge 40 La Sala, direttore di di Ostetricia: «Si aprono questioni etiche, non c’è garanzia che rimarrà incinta»

3 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Potrà provare ad avere un figlio dal compagno defunto. Una storica sentenza del tribunale di Reggio Emilia ha dato il via libera ad una donna di 35 anni all’impianto di un embrione congelato prima che il compagno morisse, stroncato a 48 anni da un tumore ai polmoni.

Si tratta del secondo caso in Italia, dopo una prima sentenza circa due mesi fa a Bologna, dove però l’autorizzazione all’impianto di embrioni, congelati 19 anni prima, è arrivata dopo 4 anni. Una vicenda nata nel 2012, quando la coppia si era rivolta al Santa Maria per un ciclo di fecondazione in vitro. Tre gli embrioni congelati, due subito impiantati senza successo. Il terzo, invece, rimasto congelato. «Nel frattempo, purtroppo, la donna è rimasta vedova – racconta il professor Giovanni Battista La Sala, direttore della Struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia del Santa Maria Nuova – ma la donna ha fatto richiesta ugualmente di trasferire l’embrione congelato».

Secondo la legge italiana, un’operazione non consentita. La legge 40 sulla procreazione assistita, le terapie possono essere fatte soltanto su coppie in cui entrambi i componenti siano in vita. Di qui il no obbligato del Santa Maria, con la decisione della donna di rivolgersi a un giudice. La sentenza è arrivata sul tavolo del Santa Maria alla fine della scorsa settimana.

«Nell’ipotesi di embrioni crioconservati – si legge – ottenuti con consenso di entrambi i componenti della coppia, di cui uno successivamente sia deceduto, gli articoli (...) non costituiscono limite alla esplicazione del diritto della donna ad ottenere il trasferimento degli embrioni».

A differenza della sentenza di Bologna, un pronunciamento arrivato a tempo record, in due mesi, per un provvedimento che chiama in causa “l’orologio biologico” della donna.

«Ho già chiamato i medici e fissato per lo “scongelamento” dell’embrione a maggio. Sto iniziando ora il protocollo», ha fatto sapere la donna, che aveva conosciuto il compagno nel 2002: «Abbiamo cercato dopo poco un figlio, ma non arrivava. Così – racconta – ci siamo rivolti all’equipe dell’ospedale del Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e abbiamo iniziato l’iter della procreazione assistita. Nell’inverno dello scorso anno ci comunicarono che lui aveva il cancro ai polmoni, purtroppo in fase terminale. È morto in estate. Subito dopo ho chiesto ingenuamente di poter iniziare subito l'iter, ma mi è stato detto che era necessario il consenso di entrambi i genitori». Sono circa 350 i cicli di scongelamento ogni anno al Santa Maria Nuova, dove l’attività è iniziata dal 2009, facendo nascere circa cinquanta bambini.

«Scongelare un embrione non significa però avere il bambino – precisa tuttavia La Sala – se l’embrione sopravvive, si può trasferire. Ma anche in questo caso non è automatico che una donna resti incinta. È un’odissea lunghissima».

Una decisione quella del giudice che, se tecnicamente non comporta particolarità rispetto alle consuete procedure di fecondazione, rappresenta un importante passo avanti dal punto di vista giuridico, con ripercussioni anche di carattere etico. «Nel caso in cui bimbo nascesse, sarebbe comunque già orfano di padre - conclude La Sala – La questione a Bologna era stata più controversa Il primo giudice aveva dato torto alla donna, che poi ha vinto in appello».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google