Gazzetta di Reggio

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l'intervista

"Forestale, sbagliato chiuderci: siamo noi ad indagare sulle ecomafie"

Elisa Pederzoli

Il comandante regionale mette in guardia dai rischi di accorpamento della forza di polizia specializzata nei reati ambientali

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REGGIO EMILIA Dopo l’ok della Commissione Affari Costituzionali, ora la parola passa al Senato per la discussione. Ma per il governo Renzi lo smantellamento del Corpo Forestale dello Stato in favore di un suo assorbimento negli altri corpi di polizia – si parla della polizia di Stato – si deve fare: troppe, dice, cinque forze di polizia in Italia. La decisione, però, sta sollevando più di un parere contrario. Con nomi di peso che prendono posizione: come il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, che mette in guardia dal rischio di perdere chi deve difenderci dai reati ambientali. Ne abbiamo parlato con il generale Giuseppe Giove, comandante regionale della Forestale.

«Al di là degli autoreferenzialismi, che non ci interessano, è importante chiarire che la polizia non è un corpo, ma una funzione attribuita attualmente a cinque corpi dello Stato: carabinieri, polizia, guardia di finanza, penitenziaria e forestale. Affrontare la problematica partendo dal Corpo Forestale ci sembra fuorviante, rispetto al vero problema dei corpi di polizia: quello del coordinamento. A volte, infatti, si lavora a compartimenti stagni. Il rischio è la dispersione delle forze. Non possiamo continuare con gli autoreferenzialismi. E lo dico da cittadino: mi interessa che la giustizia e le forze di polizia rispondano».

Anche Roberti si è espresso contro il vostro assorbimento, sottolineando le vostre competenze specialistiche in campo ambientale.

«In un momento in cui la tecnica nell’investigazione è diventata cruciale, la polizia in generale e non solo la Forestale ha bisogno di implementare la conoscenza e le tecnica investigativa. Emblematici in questo senso sono i corpi di polizia tedeschi che non hanno solo competenze di tipo codicistico, ma una forte competenza tecnico-scientifica. Ecco, il Corpo Forestale ha già questa valenza: è fortemente scientificizzato e tecnicizzato. La nostra preoccupazione è che con un assorbimento la nostra specialità potrebbe venire meno».

In campo ambientale, sentiamo sempre più spesso parlare di eco mafie. E’ questa la nuova emergenza?

«Oggi gli investimenti della criminalità organizzata si stanno spostando. Non sono più solo spaccio e racket, ma riguardano molto l’ambiente: perché rischiano di meno e guadagnano di più. Le nostre informative sull’agroalimentare ci dicono che ci sono infiltrazioni. Si parla di ecomafie, di agromafie, di sofisticazione degli alimenti, di traffico di rifiuti. Non sono più solo delitti contro l’ambiente, ma anche reati contro le economie, contro la persona, nella misura in cui coinvolgono la salute pubblica. Anche nella nostra regione. Non a caso ora stiamo lavorando molto con la Dda di Bologna: nella sezione di polizia giudiziaria c’è un nostro uomo».

Anche nel nostro territorio avete condotto importanti indagini.

«Una grande operazione è partita proprio da Reggio sui dosaggi di medicinali negli allevamenti, che ci ha portati anche in Lombardia. Un’altra grossa indagine ha riguardato i Raee: l’esportazione di materiale dannoso all’estero con l’ausilio di manodopera straniera clandestina verso Paesi come Congo e Kenya. Abbiamo lavorato con l’Interpol. I temi connessi sono tanti: dall’inquinamento, allo smaltimento dei rifiuti, al problema dell’immigrazione clandestina».

Qualcuno potrebbe replicare che, nonostante l’assorbimento, le vostre competenze non verranno perdute.

«Perché rinunciare a un presente certo e che funziona in cambio di un futuro incerto? E’ l’interrogativo che pongo. Ma non è un problema di cambio di uniforme, che pure avrebbe un costo...».

Come è strutturata la Forestale in Emilia Romagna?

«Siamo in 440 con una carenza di organico pari al 40%; a Reggio 34 con una carenza del 42%. Ecco, se c’è un vero problema è questo: uniformare le carenze tra i vari reparti e tra le regioni d’Italia».

Una riforma, però, sembra inevitabile. Cosa propone?

«Il problema è lavorare insieme, lavorare di più con gli altri corpi. Avere centrali operative comuni, pattugliamenti comuni, obiettivi comuni, una pianificazione dei controlli comuni. Dobbiamo potenziare quelle misure che ci aiutino a lavorare meglio insieme. Bisogna codificare un modello di integrazione con misure reali. Ora l’unico riferimento è il Comitato provinciale di ordine e sicurezza pubblica. E’ importantissimo, ma non basta. D’accordo a rivisitare, ma in modo più razionale, partendo dalle vere sovrapposizioni. Serve una riforma che sia integrativa dell’operatività».
 

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