Il coach si discolpava con sms e visite
Quando da febbraio la “voce” circolava, si era rivolto più volte al quindicenne e alla madre: «Non ho fatto nulla di male»
REGGIO EMILIA. Sta diventando un’inchiesta sempre più delicata quella focalizzata sull’allenatore 45enne di basket giovanile, contro di cui vi è l’accusa di atti pedofili da parte di un suo ormai ex giocatore di 15 anni che in febbraio ha, di colpo, lasciato la squadra per poi denunciare il coach.
Il tecnico è in cella da giovedì pomeriggio – la misura restrittiva è stata confermata dal gip Antonella Pini Bentivoglio – e si sta difendendo (assistito dal legale Alessandro Nizzoli) da un quadro indiziario pesante che lo “dipinge” come un “predatore”, cioè un uomo pericoloso socialmente e che può rifare ciò di cui è accusato (cioè atti sessuali su minore infrasedicenne, con pena che va dai 5 ai 10 anni di carcere).
Come ha spiegato durante l’interrogatorio di garanzia, l’allenatore ritiene di essere vittima sia del ragazzino, sia della madre del 15enne, motivando il tutto in un mix di vendetta-gelosia. Dice che la donna gli aveva chiesto di star vicino al figlio (in difficoltà a scuola ma anche in palestra), da qui gli inviti a casa del tecnico per pranzare e fare i compiti nel solaio-ufficio. Poi – secondo il coach – la madre si sarebbe sentita scavalcata nelle sue funzioni, mentre il 15enne si sarebbe vendicato con l’allenatore perché lo riprendeva per lo scarso rendimento scolastico e cestistico. E sempre il tecnico, una volta saputo della “voce” che girava su di lui, si era ripetutamente rivolto a madre e figlio (con sms, telefonate, incontri) per discolparsi («Non ho fatto niente, è tutto falso»), imboccando anche la via dell’autosospensione dalla panchina. I cestisti di quella squadra sono già stati sentiti dagli inquirenti: hanno parlato ben del coach, dicendo di non sapere nulla di questa storia, ma chi indaga ha dei dubbi su alcune testimonianze.
Sull’altro fronte – cioè quello accusatorio – sono state raccolte anche altre testimonianze dal pm Maria Rita Pantani (titolare dell’inchiesta portata avanti dalla Mobile) e avrebbero avuto un peso sulla decisione del gip Pini Bentivoglio. In denuncia tre episodi di atti pedofili, quando in casa del coach non c’era nessun familiare, con il solaio-ufficio come luogo prescelto. Per chi indaga il tecnico era molto pressante sul 15enne (non solo con le parole, anche con gli sms) e seduttivo dando, su quest’ultimo punto, un ruolo ai film porno trovati nella perquisizione. Erano serviti per eccitare il ragazzino? Oppure non erano mai stati visti ed ancora sigillati come sostiene il coach? E soprattutto gli inquirenti sospettano che non si tratti di un caso isolato e hanno lanciato un appello affinché chi ha dubbi o sa qualcosa si faccia avanti.
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