Chiusi in casa, le bombe passavano sopra le teste
Il racconto di un bambino del 1945, quando a Pieve Modolena si rischiava di morire sotto il fuoco alleato
REGGIO EMILIA Il bombardamento era iniziato nelle prime ore del pomeriggio di martedì 24. Il comando delle forze alleate doveva aver piazzato una nutrita batteria di artiglieria da una qualche parte a est della città (Masone?) e, seguendo le indicazioni di un ricognitore aveva organizzato e ordinato il bombardamento. Questo si svolse in tre ondate che colpirono il territorio di Pieve Modolena, intervallate da pause, di oltre mezz'ora tra la prima e la seconda e di oltre un'ora tra la seconda e la terza. Noi ci eravamo asserragliati in uno scantinato.
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.11285224:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.11285224:1649436985/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Tra adulti e bambini eravamo in 25. Secondo gli anziani del gruppo, lo scantinato era il locale relativamente più sicuro. Ad un certo punto sentimmo il fragore delle prime esplosioni che subito si avvicinarono in rapida successione finché lampi e deflagrazioni coincisero.Tutto tremava e sobbalzava. Trascorsero secondi interminabili e poi incominciammo a percepire brevi e terribili fischi seguiti immediatamente dalle esplosioni. La durata di quei lancinanti fischi si allungò e contemporaneamente si allontanarono le esplosioni. I proiettili passarono dunque sulle nostre teste per andare a colpire sempre più lontano, fino al ponte sul Modolena. Improvvisamente tutto cessò e noi cercammo di capire se il bombardamento fosse definitivamente finito.
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.11285226:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.11285226:1649436985/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Subito dopo sentimmo che il bombardamento stava ricominciando. Successe tutto come nella prima ondata, ma stavolta alcune granate esplosero nel cortile e una colpì la scala vicinissima al nostro rifugio. Scoppiò il panico, alcuni bambini proruppero in pianti isterici che le madri più impaurite di loro non riuscirono a calmare e tutti realizzammo l'estrema fragilità del nostro rifugio. Mio padre ebbe un'idea che, pur esposta nelle confusione delle concitate discussioni, fu condivisa dagli altri capi famiglia: scappare tutti verso la ferrovia. Questa era da molti mesi fuori servizio e non poteva essere obiettivo di attacchi.
Detto fatto ci organizzammo in pochi minuti per cercare di approfittare della pausa seguita alla seconda ondata.Uscimmo all'aperto alla spicciolata, silenziosi ed attenti a non attirare l'interesse dei tedeschi che, per nostra fortuna, badarono solo a continuare la loro ritirata.
In quel momento incominciò il terzo e ultimo bombardamento. Sentii il rumore non più terrificante delle esplosioni, vidi i lampi e le nuvolette di fumo alzarsi verso il cielo.
Calò rapidamente il buio, insieme al silenzio più completo. Dormimmo nella stalla su giacigli di paglia fresca sapientemente predisposti dal nostro contadino. Al mattino, constatato che il silenzio perdurava, decidemmo di avvicinarci cautamente verso casa nostra. I primi soldati alleati che vidi furono due americani che avanzavano con circospezione sulla via Emilia a bordo di una Jeep. Verso mezzogiorno sentimmo un rumore proveniente da Reggio e che andava rapidamente aumentando di intensità. Era il miscuglio del rombo dei potenti motori dei carri armati e dello sferragliamento dei loro cingoli. La tanto attesa liberazione era arrivata.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
