Delinger, il partigiano che odiava la violenza
Livio Piccini dopo tanti anni di silenzio ha raccontato in un libro la sua straordinaria vita di combattente
CAVRIAGO Il novantunenne Livio Piccinini non è certo il meno valoroso fra i combattenti della Resistenza. Gli fu attribuito un encomio solenne per avere eliminato a Cerredolo dei Coppi il capitano Volker Seifert, comandante delle scuole antiribelli di tutta l'Emilia, già responsabile di criminali rappresaglie in Serbia e Grecia. Ricevette la medaglia di bronzo al valore militare per due vittoriosi scontri a fuoco con pattuglie tedesche. Partecipò ad Albinea a una delle più brillanti operazioni condotte in Italia contro i nazisti, l'assalto alla quinta sezione del comando generale tedesco. Tuttavia dopo la Liberazione si chiuse nel silenzio. Neppure coi suoi familiari si confidava. Solo ora, a settant'anni di distanza, scioglie il riserbo e, come un fiume in piena, travolge gli argini della retorica e del trionfalismo che hanno spesso trasformato la Resistenza in una mitologia zuccherosa.
Lo ha convinto a parlare Matteo Incerti, provocandolo con "Il bracciale di sterline", storia romanzata dell'impresa di Albinea. E trova un sostegno senza riserve nell'Anpi, in Istoreco e nel suo comune di nascita, Cavriago, che hanno patrocinato la pubblicazione del suo libro "Delinger, una scelta di libertà", scritto in collaborazione con il nipote Franco Piccinini.
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:foto-e-video:1.11284123:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/foto-e-video/2015/04/22/fotogalleria/i-partigiani-i-protagonisti-della-vittoria-contro-i-fascisti-e-gli-occupanti-tedeschi-1.11284123]]
Livio aveva vent'anni quando, salendo in montagna, scelse come nome di battaglia quello di un famoso gangster americano, John Dillinger, ucciso nel 1934 dall'Fbi. Quel bandito viene ancor oggi idealizzato come un cavaliere senza macchia e senza paura e come tale lo vedeva il giovane ribelle, così alieno dalla crudeltà che i suoi compagni gli davano del prete. Ora, se lo chiami partigiano, Piccinini ti corregge: «Partigiano sì, ma di pace. La guerra è una tragedia, un crimine da non tollerare. Perciò la nostra Costituzione la ripudia. La guerra è sempre terribile e facilmente anche quelli che stanno dalla parte giusta ne sono spesso travolti, perché li spinge a compiere gesti impensabili in situazioni normali».
Si spiega così il suo silenzio durato settant'anni: «Quando è arrivata la Liberazione – confessa – anch'io ne avevo gioito, ma avevo visto tanta gente ferita, morta, massacrata e questo mi aveva turbato e scosso fino in fondo».
Un celebre canto della Resistenza s'intitola "Pietà l'è morta". Nel cuore di Livio la pietà non s'è mai spenta, neppure nei confronti dei nemici: «Non mi è mai venuta meno l'umanità. Per mia fortuna ho sempre conservato la lucidità che mi ha consentito di non andare oltre quel limite in cui la violenza diventa gratuita. Nessuno dovrebbe mai scordarsi il rispetto per l'essere umano».
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.11285206:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.11285206:1649436985/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Delinger non esita a puntare il dito anche contro i compagni e gli alleati: «In una delle ultime fasi della guerra di Liberazione ci capitò, alla Baragalla, di fare diciassette prigionieri tedeschi, povera gente che non aveva nulla a che fare con Hitler. Non potevamo badare a loro, perché eravamo impegnati in una operazione. Li consegnammo a una squadra delle Sap e ora me ne pento, avendo poi saputo che li avevano ammazzati tutti. Perché infierire in quel modo? Noi dovevamo dimostrare che non eravamo come loro».
Un esempio opposto riguarda il fascista cavriaghese Teseo Tarasconi, membro della polizia segreta e torturatore, a cui Piccinini contribuì a salvare la vita. Tarasconi ebbe un regolare processo, fu condannato a morte ma presto scarcerato grazie all'amnistia. Andò peggio ai fascisti senza divisa ammazzati nelle ultime fasi del conflitto e subito dopo la Liberazione. In qualche caso si trattava di spie, che provocarono alla Resistenza più vittime che i combattimenti in campo aperto.
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.11285207:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.11285207:1649436985/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Delinger aveva prelevato dall'automobile di Seifert un elenco delle persone che fornivano informazioni ai tedeschi, ma si limitò a consegnarlo al comando partigiano. Altri commisero ritorsioni indiscriminate. Delinger non risparmia le critiche agli Inglesi, che guidarono l'azione di Albinea: «Ci ordinarono di uccidere i nostri due feriti, per non rallentare la ritirata. Disobbedimmo, perché volevamo la difesa reciproca, a costo della nostra vita. Nell'assalto a villa Rossi, poi, non è stata fatta intervenire la squadra armata di bazooka, forse perché si voleva catturare vivo un generale. Così s'è causata la perdita di tre paracadutisti. Quelli che mettono a rischio la vita dei compagni sono eroi da strapazzo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
