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Il viaggio ad Auschwitz in una mostra

Il viaggio ad Auschwitz in una mostra

Le foto scattate nel campo di concentramento dai ragazzi di quarta dell’Istituto D’Arzo saranno esposte a Correggio

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MONTECCHIO EMILIA. La conferenza “Arte e Shoah consenso a Hitler”, tenuta da Salvatore Trapani, storico artistico dell’Ars (Art Resistance Shoah), la mattina del 13 aprile, ha costituito per le classi quarte del liceo scientifico dell'Istituto Silvio d’Arzo di Montecchio Emilia la riflessione conclusiva riguardante il viaggio della memoria organizzato da Istoreco.

Trapani ha saputo catturare l’attenzione dei ragazzi spiegando i meccanismi, relazionati al campo delle arti figurative, utilizzati da Adolf Hitler per soggiogare le masse durante l’ascesa del nazismo. Non solo, ha anche offerto la possibilità di capire quanto sia stata importante l’arte per restituire la verità sui campi di concentramento attraverso un nuovo linguaggio.

Gli studenti stessi si sono cimentati nel creare, con l’aiuto del fotografo Giuliano Ferrari, un racconto fotografico, che sarà esposto a Correggio nella mostra fotografica sulla Resistenza – dal titolo “Resistenza e Arte: Eredità e Contemporaneità”, che verrà inaugurata venerdì 24 aprile a Palazzo dei Principi (in corso Cavour 7) e rimarrà aperta fino al 24 maggio – basato sulla lettura del campo di concentramento dal punto di vista dell’uomo contemporaneo.

“Qua si entrava con molto e si usciva con niente. Anche se sopravvissuti, senza vita”. Questa frase, tra quelle contenute nello storytelling, può riassumere la naturale essenza di Auschwitz, quel dannato inferno umano che, attraverso lo scorrere meccanico e incessante del suo tempo, ha annientato sei milioni di ebrei.

Il freddo, che è penetrato nelle carni, le percosse subite, il vento che ammutoliva, hanno disgregato i corpi dei defunti e hanno privato i sopravvissuti di un linguaggio adatto a descrivere ciò che hanno visto e provato.

Auschwitz ha sferrato un duro colpo all’umanità attraverso la sua logica matematica, la quale nasce da un accurato studio volto a raggiungere il compimento degli ideali del nazionalsocialismo: ordine, bellezza e disciplina.

Queste massime fanno capire quanto sia erroneo pensare al nazismo come una barbarie. Infatti, questo movimento nasce dall’utilizzo del principio razionale connaturato nell’uomo e, soprattutto, deve essere inserito all'interno di un enorme prospetto artistico.

L’arte può rappresentare una delle tante chiavi di lettura che permettono alla società moderna di capire quanto Hitler sia stato stratega, sebbene non dotato di alcun quid creativo, nell’utilizzare le arti visive per attualizzare la natura umana tedesca e portare a compimento il suo progetto.

Quando nel 1933 Hitler sale al potere si trova a governare una nazione mutilata dal primo conflitto mondiale, carica di odio, rancore e ira verso i paesi limitrofi che l'hanno umiliata. La soluzione? Riconquistare quei luoghi che spettano di diritto e risollevare la nazione attraverso la filosofia nazionalista applicata alle arti figurative che inculcano nelle menti dei tedeschi l’idea di superiorità e bellezza della razza ariana.

Attraverso questa arte degenerata il dittatore arriva a fermare il pensiero dei suoi stessi elettori che, dopo solo tre anni di governo nazista, in ricorrenza delle Olimpiadi di Berlino 1936, offrono al Fuhrer la frase “Wir gehoren dir” (“Noi siamo tuoi”). E’ incredibile come un intero popolo, il cui pensiero è stato plagiato, si possa affidare alle mani di un folle che lo conduce alla caduta rovinosa in un processo di trasformazione da uomo a bestia, verso lo stato di minorità intellettuale.

Non c’era spazio per obiezioni, neanche dal punto di vista artistico. Gli artisti, però, non sanno tacere.

Come dice Trapani sono loro che, «privi di pelle, bruciano subito e hanno la dote straordinaria di poter prevedere ciò che ancora non si conosce».

Fino ai primi del ’900 si poteva parlare di Impressionismo. Gli artisti venivano colpiti dall’impressione, la parte sensibile percepiva una sensazione che doveva essere riprodotta nella maniera più oggettiva possibile.

A causa del nazionalsocialismo e in risposta ad esso, nasce l’Espressionismo, caratterizzato da un pensiero opposto al precedente Impressionismo. L’artista, infatti, rilascia e lancia come prodotto finale ciò che ha interiorizzato non preoccupandosi della veridicità del soggetto riprodotto, tanto quanto delle modalità attraverso cui viene concepito dall’autore.

Botta e risposta dunque: Hitler attraverso i campi di concentramento piega l’arte tentando di farla morire lentamente arrivando, forse involontariamente, a portare alla ferinità non solo il detenuto ma anche il soldato. Vittima e carnefice sono paradossalmente legati dallo stesso destino che, secondo Primo Levi, porta il campo di sterminio ad essere il luogo della “comunanza di abiezione” in cui regna un solo monito: “Mors tua, vita mea”.

La massima sopracitata rappresenta una logica atroce anche se del tutto umana, frutto di una intelligenza asetticamente impostata.

Contro questo pensiero freddo e calcolatore si pongono i filosofi della Scuola di Francoforte che studiano nell’ambito della Ricerca Sociale. Tra questi vi è Theodor Adorno, il quale sostiene che nulla possa esistere dopo Auschwitz poiché la società è morta completamente con esso.

La perdita di umanità che ne deriva viene raccontata attraverso il linguaggio della “nuova oggettività” che rappresenta la maturazione dell’Espressionismo verso una realtà spietatamente precisa, tanto da spaventare l’uomo stesso ed indurlo a domandarsi “se questo è un uomo”.

Solo grazie al percorso artistico qui descritto l’umanità è stata capace di attuare la catarsi dell’arte, che si era piegata al volere di un unico individuo. L’unica modalità possibile per fare ciò è riportare l’arte nei campi stessi per chiarire che la sua punizione non significa altro che la sconfitta definitiva di Hitler e la vittoria della Resistenza.

In questo modo gli studenti hanno agito: dopo la visita al campo di concentramento di Auschwitz hanno unito passato e presente e dimostrato che lo scopo dell’arte non è l’uccisione del pensiero e della dignità umana ma il raggiungimento della libertà attraverso la preservazione della memoria e della cultura.

Alice Monelli

Stefano Carenza

Stefano Sorvillo

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