Gazzetta di Reggio

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LA LIBERAZIONE DI REGGIO EMILIA

Torturato e ucciso dai fascisti, aveva solo 18 anni

Classe V C del liceo classico Ariosto
Torturato e ucciso dai fascisti, aveva solo 18 anni

Marcello Bigliardi, postino di Masone, venne riconosciuto mentre faceva propaganda antifascista nelle scuole

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REGGIO EMILIA Fino ad oggi non sapevamo chi fosse Marcello Bigliardi. La sua storia ha suscitato in noi un sentimento complesso, fatto di vicinanza e insieme di distanza.
Vicinanza perché Marcello aveva l'età che abbiamo noi adesso, perché possiamo immaginarlo attraversare il centro della città, camminare, parlare con gli amici, nei luoghi che anche noi percorriamo ogni giorno. Distanza perché ci sembra inconcepibile che sia stato ucciso in un giorno di aprile per il semplice fatto di aver manifestato la sua voglia di libertà. Vicinanza perché possiamo vedere il suo volto, nella foto da cui guarda serio verso un punto indefinito. Distanza perché dietro quella espressione assorta dobbiamo immaginare un universo di ideali, di intenti, di cause per cui lottare che a noi, oggi, non parla più con quella forza. Vicinanza perché sappiamo che Marcello, in quel giorno di primavera, era entrato in una scuola. Possiamo quasi vederlo mentre sale le scale, mentre cammina lungo i corridoi, mentre apre la porta di un'aula...

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Distanza perché in quegli spazi Marcello non era entrato per una mattinata di lezione, magari annoiato o ansioso per un'interrogazione come può essere per ciascuno di noi, ma per un compito molto diverso. Molto più difficile.
Molto più pesante. Marcello non frequentava le scuole superiori. Marcello faceva il postino. Non aveva con sé libri né dizionari, ma semplicemente dei volantini. Non fogli di appunti o di esercizi ma brevi frasi che incitavano alla insurrezione contro il fascismo. Abituato a distribuire lettere e cartoline, quel giorno non consegnava buste chiuse perché qualcuno leggesse in solitudine, ma messaggi di libertà rivolti a tutti. Proprio come avevano fatto a Monaco i ragazzi della Rosa Bianca. Come loro armato solo del suo coraggio, forse persino di un po' di incoscienza, e della fede nella forza delle parole.

Da quante parole di menzogna e di violenza Marcello, come gli altri giovani della sua generazione, sarà stato sommerso in quegli anni di dittatura e di guerra, magari anche sui banchi di scuola: immagini e slogan della propaganda fascista, ordini e minacce ancora più brutali negli anni dell'occupazione nazista.
Lui ha scelto altri discorsi, altre immagini di un mondo possibile. Che non si trattava solo di aspettare, ma che si doveva costruire, anche a costo della vita.

Ammiriamo Marcello, e un po' ci sentiamo a disagio di fronte a lui: noi suoi coetanei di settant'anni dopo, noi che non siamo costretti a lavorare, che abbiamo il privilegio di studiare, ma che non sappiamo bene per prepararci a che cosa.
Noi più fortunati, noi che viviamo da sempre nella libertà, ma che forse ci siamo in parte dimenticati di quale sia il suo valore.

Eppure dovremmo riflettere su quello che Inge Scholl, sorella di Hans e Sophie, trucidati come Marcello per aver distribuito volantini, ha scritto dei suoi fratelli: «Possiamo veramente chiamarli eroi? Non hanno fatto nulla di sovrumano. Hanno difeso una cosa semplice, sono entrati in gioco per una cosa semplice: per i diritti e la libertà dei singoli, per la loro libera evoluzione e per il loro diritto a una vita libera. Non si sono sacrificati per un'idea fuori del comune, non perseguivano grandi scopi. Ciò a cui aspiravano era che gente come te e me potesse vivere in un mondo umano. Il vero eroismo consiste proprio nel difendere con costanza la vita quotidiana, le cose piccole e ovvie».

La storia di Marcello ci ricorda che "i diritti e la libertà dei singoli" non sono scontati, che vivere "in un mondo umano" è il risultato di una conquista che dobbiamo difendere, e di cui anche a noi, oggi più inerti e più stanchi, spetta la responsabilità.

Marcello Bigliardi (1926 - 1945), 76° Sap, aderente al Fronte della Gioventù. Partecipò alla Giornata insurrezionale del 13 aprile 1945 distribuendo volantini antifascisti nell'Istituto Scolastico Professionale di Viale Trento Trieste. Riconosciuto dai militi fascisti, fu arrestato, torturato a Villa Cucchi e ucciso all'interno dell'Istituto Ciechi (oggi sede del Liceo Spallanzani).
 

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