Un colpo di mitraglia portò via la gamba a uno studente
Giorgio Magagnini insieme ai compagni di classe era uscito dalla scuola per timore dei bombardamenti
REGGIO EMILIA Mentre i nazifascisti seminavano il terrore, la popolazione penava per la fame e i bombardamenti aerei. I più micidiali erano stati quelli del 7-8 gennaio 1944, ma gli spezzonamenti e i mitragliamenti degli Alleati continuarono a seminare vittime fra i civili fino alla fine del conflitto. Quel calvario è inciso sulle carni dell'87enne Giorgio Magagnini, residente in piazza Vallisneri, che un mese e mezzo prima della Liberazione subì l'amputazione della gamba sinistra maciullata da un proiettile di mitraglia. Allora frequentava il penultimo anno del corso di ragioneria e aveva un'insegnante d'eccezione, la futura presidente della Camera Nilde Iotti, all'epoca supplente di lettere.
«Fui colpito – riferisce l'anziano – quando ero ancora un ragazzo di 17 anni, ma la mia vita è stata felice, perché ho reagito con la forza del mio carattere ottimista. Non mi sono perso d'animo. Ho terminato gli studi regolarmente, ho trovato un impiego alla Banca d'Italia e l'anima gemella, da cui però non ho avuto figli».
Nato a Reggio l'8 agosto 1927, Magagnini abitava in città con i genitori e la sorella Ernestina, di due anni più giovane. «Nel 1944-45 andavo a scuola all'istituto Secchi, sopra ai musei civici. Tutti i giorni suonava l'allarme, ma noi non ci preoccupavamo, perché perlopiù gli apparecchi sorvolavano Reggio per andare a scaricare le bombe lontano. Anzichè scendere nel rifugio antiaereo più vicino, che si trovava ai piedi del teatro Municipale e ospitava anche un ambulatorio della Croce Rossa, preferivamo rimanere all'aperto, sotto gli alberi dei giardini pubblici».
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Tuttavia fra il 6 e il 7 marzo 1945 gli alleati cominciarono ad avanzare lungo la Linea gotica, concentrando le incursioni aeree sulle zone come la nostra, a ridosso del fronte. Gli studenti non ne erano ancora informati e, quando ulularono le sirene, pensarono che fosse il solito falso allarme. «La mattina del 7 marzo ci stava facendo lezione Nilde Iotti, che aveva molta paura dei bombardamenti. Quando suonò l'allarme uscimmo in strada, ma rimanemmo davanti all'ingresso del rifugio. Poco dopo mezzogiorno un cacciabombardiere americano scese da nord e mitragliò il nostro assembramento, per poi ripassare due o tre volte sull'obiettivo. Uno studente, Gregori, fu ucciso, sette o otto vennero feriti. Io fui colpito alla coscia sinistra e caddi senza sentire dolore e rendermi conto della gravità delle mie condizioni. Fui subito portato nell'ambulatorio della Croce Rossa e di là, con un'ambulanza della Croce Verde, al reparto ospedaliero di ortopedia, che, dopo il bombardamento dell'ospedale, era stato trasferito nella scuola elementare di Rivalta".
"Il primario, dottor Gazzotti, non potè fare altro che amputarmi la gamba. L'operazione era terminata quando accorse mio padre, che era impiegato alle Reggiane. Vennero a trovarmi anche i miei compagni e i professori, tranne Nilde Iotti. La rividi negli anni 60, quando era onorevole. Mi disse che era rimasta sconvolta dal mio ferimento. Fino a tre anni fa riuscivo a camminare con le stampelle e la protesi di legno, che però ho dovuto togliere nel 2012. Da allora mi muovo con la carrozzina. Un mio compagno di classe nel dopoguerra chiese conto dell'accaduto al Pentagono, che si giustificò dicendo che era stato colpito un raggruppamento militare. E' vero che nei pressi c'era un reparto della milizia, ma noi eravamo disarmati e senza divisa».
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