Un tribunale in montagna per giudicare i criminali
La Resistenza tentò di garantire l'amministrazione della giustizia contro le vendette e le esplosioni di odio
REGGIO EMILIA La gestione della violenza è stata sin dall'inizio della Resistenza uno dei problemi centrali non solo nel dibattito fra le varie componenti del Cln ma anche all'interno delle stesse formazioni partigiane. In qualche modo proprio “come” condurre la lotta armata piuttosto che le prospettive politiche del dopoguerra è stato uno degli elementi causa di maggior tensione fra la componente comunista e quella democratico-cristiana all'interno degli stessi Comitati di Liberazione.
Il problema che si pone sin dalla fondazione del Cln reggiano il 28 settembre 1943, nella Canonica della Chiesa di S.Francesco in città, è sintetizzabile in una domanda: come combattere i fascisti senza diventare come loro? Per i fascisti la violenza non fu mai un problema, né nel corso del ventennio né negli ultimi disperati mesi di Salò. La violenza era parte della loro cultura, di una ideologia che vedeva il più forte (razzialmente e istituzionalmente) avere il diritto di dominare il più debole .
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Per l'antifascismo il percorso era stato diverso, fatto di un'opposizione politica di vent'anni senza mai l'uso di armi, solo con la guerra di Spagna (quindi in un contesto normativo più “regolare”) ci si era accostati all'uso della forza come mezzo di lotta politica, una innovazione di cui il fascismo era stato il tragico precursore.
Per tutti i venti mesi della lotta armata il Cln reggiano tenterà di regolare, disciplinare, ricondurre a norma l'uso della violenza nel confronto del nemico. L'istituzione di un Tribunale partigiano presso il Comando Unico in montagna (dove i cattolici Marconi e Piacentini svolsero il ruolo di difensore e segretario) e il divieto di procedere a eliminazioni sommarie di presunte spie o responsabili di crimini furono solo alcuni aspetti dello sforzo che almeno nella parte montana e collinare della provincia la Resistenza fece con grande impegno.
Diverso il discorso per la lotta in pianura, dove la quotidiana contiguità delle forze in campo, il grande impiego di spie, della tortura e della rappresaglia da parte fascista e tedesca portò nell'ultimo inverno ad un livello di crudeltà e di ferocia impressionante.
Il Clnai (Cln Alta Italia) che rappresentava il legittimo governo di Roma nei territori occupati emanò il 19 aprile, in previsione del crollo nemico, la direttiva-ultimatum "Arrendersi o perire", estremamente chiara in merito: «Sia ben chiaro per tutti che chi non si arrende sarà sterminato. Sia ben chiaro per i componenti delle forze armate del cosiddetto governo fascista repubblicano che chi sarà colto con le armi in mano sarà fucilato».
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