Tra shopping e lavoro, perde il 25 aprile
Ressa ai supermercati rimasti aperti nonostante lo sciopero sindacale. I commercianti: «Impossibile chiudere di sabato»
REGGIO EMILIA. Resistere si, ma alla tentazione di riempire l’armadio o la dispensa. Uno sforzo arduo, soprattutto se è sabato, giorno clou per lo shopping delle famiglie, sfruttato appieno ieri nonostante fosse il 25 aprile. Una festa laica che rispolvera stoiche battaglie per la libertà, combattute da 600 partigiani reggiani, omaggiati a pieni polmoni dalle autorità di Reggio, città medaglia d’oro alla Resistenza, dove la tradizione di tenere abbassate le serrande è stata piegata dalla deregolamentazione degli orari e delle aperture.
Migliaia di cittadini non hanno rinunciato quindi a spingere il carrello, anche se a malincuore, così come ai commercianti di lavorare per evitare di essere divorati dalla concorrenza, quella di chi avrebbe aperto comunque nella giornata di maggior afflusso di clienti. «L’anno scorso eravamo chiusi, quest’anno abbiamo dovuto tenere aperto anche sei di malavoglia. Ma il sabato è il giorno in cui raddrizzi il bilancio della settimana, poco da fare. Perdere un’occasione così ormai è davvero difficile». Parola di Claudio Zanini, storico commerciante del negozio Arki di via Emilia San Pietro, punto di riferimento delle feste laiche nazionali, che anche ieri ha esposto il tabarro tricolore, ormai una consuetudine iniziata con le celebrazioni del 150esimo dell’Unità d’Italia. «Il tabarro è sempre lì, anche quest’anno, noi però dobbiamo cercare di lavorare pur senza dimenticare i valori di questa giornata».
Crisi da una parte e impegni lavorativi infrasettimanali dall’altra, hanno fatto cadere ogni tabù, sfilacciando un legame storico con le celebrazioni anche della Resistenza, da sempre emblema del rigore reggiano. L’anno passato la festività era stata celebrata di venerdì. Quest’anno il calendario non è stato così magnanimo. Trovare un posteggio ieri mattina nel parcheggio dell’Eurospar di viale Regina Elena era impresa alquanto ardua. «Siamo venuti qui come fosse un giorno qualunque - dice Giuseppina D’Angelo mentre carica assieme al marito il baule dell’auto stipato di spesa - anche io sono fermamente convinta che anche i lavoratori dei supermercati dovrebbero avere la possibilità di passare le feste con la propria famiglia. Una regola che vale per tutti. Mi spiace per loro ma noi siamo passati ed era aperto». Lavorare o fare shopping durante le feste “comandate”, che siano religiose o civili, non è più una questione di coscienza, nonostante le esortazioni delle associazioni partigiane e dei sindacati, che hanno indetto lo sciopero già a Pasqua, prorogato ieri per la festa del 25 aprile e che si ripeterà il Primo maggio per poter dare modo ai reggiani di festeggiare senza dover stare dietro una cassa.
Dai centri commerciali alle botteghe del centro sono decine le attività nella sola Reggio Emilia che hanno deciso di tenere le serrande alzate. «Purtroppo, ormai, è tutto a scopo di lucro» dice con un tono di rammarico Vittorio Rizzo, mentre esce dall’Eurospar. «Per fortuna che il supermercato era aperto - fa da controcanto Patrizia Barbolini - il sabato è un’occasione importante per poter fare i propri acquisti».
Intanto le porte automatiche si aprono e si chiudono senza sosta, dando sfogo a un via vai incessante. «Drammaticamente ci tocca fare la spesa oggi - è la sottolineatura di Giordano Bettuzzi - mi spiace molto per chi è costretto a lavorare. Noi abbiamo due figli e se fosse stato un qualsiasi altro giorno della settimana non saremmo venuti. Ma lavoriamo, la dispensa si svuota e questo è l’unico giorno per fare gli acquisti per la settimana successiva».
Il dovere di ricordare chi ha combattuto, così come chi è morto per liberare l’Italia, non è sopito però. «È vero - dice Leo Barbi - almeno nelle feste come il 25 aprile tutti dovrebbero poter stare a casa». «Forse era meglio boicottare i negozi aperti - dice durante un “esame di coscienza” Antonietta Sirignano dopo essere uscita dal supermercato - Alla fine dei conti il cibo non ci manca e potevamo arrangiarci».
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