Lotta alla pedofilia, Reggio guida un progetto pilota
L’Ausl e il S.Maria hanno avviato, primi in regione, un percorso di formazione rivolto a medici e infermieri che potrebbero individuare minori vittime di abusi
REGGIO EMILIA. Riconoscere i segnali di un abuso sessuale per intervenire il prima possibile, per porre fine alle violenze e soprattutto iniziare un percorso di recupero dei minorenni. L’Ausl di Reggio e l’Arcispedale Santa Maria Nuova, hanno avviato ieri, primi in regione, un percorso di formazione rivolto a tutti i medici, infermieri e ostetriche che potrebbero entrare in contatto con minorenni vittime di abusi.
Vale la pena sottolineare quanto si sta facendo nel Reggiano per recuperare tante giovani esistenze che devono fare i conti con traumi profondi. «Abbiamo l’esigenza di essere preparati per far emergere il più possibile i casi - spiega Maria Stella D’Andrea, criminologa clinica e medico legale, che si occupa per l’Ausl dei minorenni vittime di violenza in tutta la provincia -. Un minorenne abusato diventa un uomo o una donna con problemi fisici e psicologi, se non viene aiutato. Se accompagnato si riappropria invece della sua vita».
L’avvocato Marco Scarpati, uno dei legali che hanno seguito più casi di abusi di minori e che è presidente dell’associazione Ecpat, che si occupa dello sfruttamento sessuale dei bambini, è convinto che in questi anni siano stati fatti passi in avanti nel recupero delle vittime.
«Ora la possibilità di successo è molto più alta rispetto al passato perché abbiamo personale più preparato. E’ un percorso faticoso e impegnativo, ma un bambino è qualcosa di troppo importante per non occuparsene». La capacità di riconoscere i segnali è alla base del boom di denunce emerse in val d’Enza, dove in due anni sono stati scoperti 13 casi di abusi domestici su minori.
«Quel picco si spiega con la bravura degli assistenti sociali, degli psicologi e dei medici. Hanno indossato gli occhiali giusti e hanno visto», dice la dottoressa D’Andrea. Il pm Lucia Russo, ora in forze alla procura di Parma, nota a Reggio per aver portato alla condanna il pedofilo di Novellara Natale Terzo e aver anticipato con le sue modalità operative il contenuto di alcune leggi, ritiene che il problema della prevenzione sia centrale.
«E’ una questione che ha tante dimensioni - spiega il magistrato -. Prima di tutto tocca ai genitori, che vanno formati, insegnare ai figli come difendersi dagli atteggiamenti seduttivi degli adulti. Poi devono essere coinvolte tutte le agenzie educative immaginabili, a partire dalla scuola. Forze dell’ordine, magistrati, medici, tutti devono essere formati a cogliere i segnali di disagio»
. Il fenomeno pedofilia è spesso associato ad internet, per i casi di adescamento e per il fenomeno della condivisione di materiale pedopornografico. «In passato se una persona sentiva di essere un pedofilo - spiega Scarpati - era in difficoltà ad accettarsi. Internet dà la possibilità che si creino grandi comunità virtuali, dove chi è pedofilo può sentirsi “rassicurato”. E’ accaduto in un caso reggiano, dove un minorenne chattando spiegava di sentirsi normale anche se gli piacevano i maschietti sotto i 14 anni...».
Roberto Mirabile, presidente dell’associazione “La Caramella Buona”, sottolinea come la sensibilità sul tema sia cresciuta. «Se ne parla sempre di più ed aumentano le denunce. Ma credo che i reati contro le donne e i minori si verifichino più spesso e non sia solo una questione di maggiore consapevolezza. Per contrastarli servono alcune misure, come la tracciabilità dei sex offender, cioè informare le forze dell’ordine sulla presenza sul loro territorio di persone condannate per reati sessuali, spesso soggetti a recidiva».
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