Abusi su una 13enne, patrigno condannato
Pena di 4 anni a un operaio. Pianto liberatorio della ragazza, ritenuta credibile dalla Corte. La difesa: «Troppi dubbi»
RUBIERA. Non ci fu nessun complotto per poter mettere in ginocchio e rastrellare i risparmi dell’operaio (sui 300mila euro)con cui viveva. Per la Corte – presieduta da Francesco Caruso, giudici a latere Alessandra Cardarelli e Dario De Luca – il racconto della ragazzina è credibile, quell’uomo (nei suoi confronti è il patrigno) abusò più volte di lei che aveva solo 13 anni.
E’ una sentenza delicata quella emessa ieri in tribunale a Reggio sulla vicenda che abbraccia un anno, fra l’estate del 2006 e quella del 2007. Il verdetto: 4 anni di reclusione al patrigno 54enne (assolto dall’accusa di maltrattamenti al figliastro) che, come nelle altre udienze, ha atteso gli eventi giudiziari in prima fila, silenzioso e composto, per certi versi anche indecifrabile. La sua grande accusatrice, ora maggiorenne, ha messo piede in aula solo per l’interrogatorio voluto dai giudici e ieri ha saputo dell’esito processuale (per lei una provvisionale di 10mila euro) tramite una telefonata delle due avvocatesse (Stefania Martino e Giulia Dall’Aglio) che l’hanno rappresentata in udienza.
La sua reazione? Ha pianto, lacrime di una ragazza sola, come hanno rimarcato sia il pm Maria Rita Pantani (che voleva una condanna più pesante, di 8 anni) e la parte civile. «Ha dovuto fare tutto da sola – dice l’avvocatessa Martino – non era stata creduta dalla madre, mai presa in considerazione dalla famiglia, mai dalla scuola, mai dalle assistenti sociali, neppure dai carabinieri. Se n’è andata via di casa, vive ancora un profondo disagio».
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Da parte sua il pm Pantani ha ribadito che la ragazzina subì molestie sessuali pesanti, il tutto confermato anche nel secondo interrogatorio, come del resto in aula ha fatto l’amica che aveva raccolto le confidenze della tredicenne. Si entra in “passaggi” scabrosi di questa vicenda: gli approcci sotto la doccia, le molestie nel letto, le masturbazioni richieste nel bagno della stazione di Rubiera o mostrandole la foto dell’attore Scamarcio, gli approcci mentre lavava l’auto.
A questo “quadro” hanno replicato con forza i due difensori, cioè l’avvocato Enrico Della Capanna e il collega Helmut Bartolini. Hanno sezionato ogni parte del racconto della ragazzina (ma anche dell’amica), valutando come illogiche le situazioni descritte («Atti sessuali con in casa i familiari o nel bagno di una stazione in cui in qualsiasi momento poteva entrare qualcuno»), sottolineando poi l’omissione in aula di un terzo episodio di masturbazione mentre c’erano i muratori che sostituivano la caldaia («Perché la ragazza non parla di un fatto così grave?»), arrivando anche a definire come falso l’episodio tranchant di lei che a scuola scappa dall’aula perché stanno proiettando un filmato in cui un padre compie atti sessuali sulla figlia («Nessun insegnante ha confermato questa cosa»). In definitiva i due difensori sostengono che rimangono dubbi come macigni sulla credibilità della ragazza e ripropongono la tesi del complotto finalizzato a rendere il loro assistito «debole a difendersi, con l’obiettivo di impossessarsi di tutti i risparmi che lui aveva cointestato alla famiglia». Una ricostruzione difensiva che non ha fatto breccia.
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