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Reggio Emilia alla disperata ricerca di ingegneri

di Massimo Sesena
Reggio Emilia alla disperata ricerca di ingegneri

Le aziende reggiane non riescono a trovare professionalità soprattutto nel campo informatico. E molti laureati, di fronte a bassi stipendi, alla fine vanno all'estero

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REGGIO EMILIA. Da un lato la scuola e la formazione superiore, con i suoi corsi. Dall’altra un esercito di aziende che, anche per accelerare la propria uscita dalla crisi è alla disperata ricerca di figure professionali proiettate nel futuro. In mezzo loro, i laureati in ingegneria, la merce più rara e ricercata oggi sul mondo del lavoro.

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A Reggio più che altrove, soprattuto se parliamo del comparto Ict (Information Communication Technology). Nella piccola ma sempre più attiva Sylicon Valley padana sono centinaia le aziende alla caccia disperata di professionalità con competenza informatica. «In effetti - spiega Luca Torri, presidente del Club Digitale di Unindustria Reggio Emilia - sono sempre di più le aziende del nostro territorio che richiedono professionalità di questo tipo e dall’Università ne escono troppo pochi».

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La domanda è di gran lunga superiore all’offerta, anche se si mettono insieme le lauree dei principali atenei emiliano-romagnoli, il divario rimane incolmabile. Le cause di questo divario sono molteplici. E investono tutti gli attori di questa complicata partita: le scuole e l’università, i ragazzi e le aziende. Se ne è parlato nei giorni scorsi a Parma, all’Itc day organizzato dalla locale Unione industriali.

ECCELLENZA. Il primo dato che balza agli occhi è quello del numero di laureati che escono da Ingegneria dei principali atenei della regione. Atenei d’eccellenza proprio in questo campo, se è vero che Bologna, Parma, Modena e Reggio e Ferrara sono tutte nella top ten nazionale.

Pochi ma buoni è un detto che in questo caso però non consola: i ragazzi che escono dalle superiori scelgono più volentieri altre facoltà. E questa è la prima battaglia da vincere.

«Oggi - spiega il reggiano Giovanni Franceschini, docente alla facoltà di Ingegneria e pro-rettore vicario all’Università di Parma - la sfida è rendere più appetibile lo studio dell’Ingegneria, senza abbassare la qualità dell’offerta didattica. Magari facilitando lo studio attraverso il miglioramento del materiale didattico, ma anche per questo servono fondi».

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Una inziativa che va in questa direzione è quella adottata dagli industriali d’oltre Enza che da tempo si sono posto questo problema: «E’ una iniziativa - spiega il docente reggiano - che agisce su una leva importante, come quella dei costi per le famiglie: ai diplomati più brillanti che scelgono ingegneria viene pagata la prima rata d’iscrizione».

Eppoi questa opera di avvicinamento dovrebbe partire prima dell’università: «L’ideale sarebbe dare vita a una sorta di cantera come quella del Barcellona per il calcio: seguire i ragazzi e le ragazze fin dalle superiori, attraverso stages e altre “incursioni” per avvicinare gli studenti a queste discipline.

FACOLTA’ SMALL. Senza esagerare, tuttavia. Perché se tutte queste iniziative andassero a buon fine e assistessimo improvvisamente ad una inversione di tendenza e le facoltà fossero invase di richieste, per gli atenei sarebbe un problema. «Il ministero - spiega il pro-rettore di Parma - fissa una numerosità massima, che per il nostro ateneo è di 150. Per arrivare a superarla servirebbero inoltre dotazioni supplettive di docenti e strutture». E lo stesso discorso varrebbe anche per l’Università di Modena e Reggio, dove l’anno scorso, nel “ramo” reggiano, i laureati sono stati 148.

AZIENDE AFFAMATE. Invero, anche nell’altra metà campo di questa partita non è difficile trovare altre cause di questo mancato feeling tra la domanda e l’offerta. A Parma, l’Unione industriali, da qualche tempo pubblica sul sito i nomi dei laureandi in ingegneria, con il giorno e l’ora di laurea e il titolo della tesi. «E alla discussione delle tesi - rivela Franceschini - assiste un numero sempre maggiore di imprenditori».

Poi però, quando l’azienda x ha messo gli occhi sul laureato y, viene il difficile. «Oggi - sottolinea Franceschini - un giovane che esce con la laurea in Ingegneria ha almeno due offerte di lavoro». E magari una di queste viene dall’estero. E anche da lì che arriva una concorrenza che oggi il “sistema-Italia” fatica a fronteggiare.

STIPENDI E PIANI B. «Se io oggi assumo un ingegnere appena laureato - spiega Torri - posso offrirgli un contratto di apprendistato, poco più di mille euro e lui rilancia con l’offerta di una azienda di Dublino che gliene offre 2.200 più l’appartamento pagato».

Una diaspora, quella verso l’estero che per quanto riguarda i laureati di Unimore oscilla tra il 20 e il 30 per cento del totale. Il problema dello stipendio è di gran lunga più complicato oggi di quanto non sia la prospettiva di cambiare città, Paese, addirittura continente.

«Il mondo - chiosa Franceschini - è in continuo mutamento e le giovani generazioni sono dentro questo cambiamento vorticoso anche senza volerlo. E, anche grazie alle esperienze di studio all’estero come ad esempio Erasmus. Un tempo noi raggiungevamo la città dalla montagna con la corriera per studiare. Oggi i giovani prendono l’aereo e vanno a Londra o Berlino».

Soluzioni a questo coacervo di problemi? Non sono facili da trovare e così, capiti ad esempio a Reggio che ci si acconci in qualche modo. Ad esempio con la formazione, ad esempio attraverso corsi come quelli organizzati da Ifoa, l’istituto di formazione di operatori aziendali che da sempre ritaglia i corsi sulle specifiche esigenze delle aziende: «Così - spiega pragmaticamente Luca Torri - cerchiamo di formare altre professionalità, che sappiano fare, anche senza la laurea».

 

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