"Pochi informatici? Colpa degli stipendi bassi"
Rita Cucchiara, direttore del Centro Ict dell'Università sottolinea anche il basso numero di donne tra i laureati in Ingegneria informatica: "Eppure sono le più brave"
REGGIO EMILIA. Si chiama stipendio il primo problema di un ingegnere informatico che si laurea in Italia e decide di non muoversi.
Ne è convinta la professoressa Rita Cucchiara, ordinario di calcolatori elettronici ad ingegneria informatica e Direttore del Centro Softech-ICT all’Università di Modena e Reggio.
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Professoressa Cucchiara, i numeri sulle retribuzioni dei neolaureati fanno pensare...
«Sì. Soprattutto se rapportati alle offerte che arrivano da fuori. Negli States, un nostro neolaureato può guadagnare 60mila dollari l’anno se ha una laurea triennale, ma gli offrono anche 80mila dollari se ha una Magistrale. In Italia non è così, anche se va detto che quella degli ingegneri informatici è una carriera che anche qui si sviluppa molto velocemente».
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E questo perché?
«Perché un ingegnere informatico è anche il perito di se stesso. Un ingegnere meccanico ha bisogno del perito così come quello civile ha bisogno del muratore. Non così per l’Ict, dove la figura professionale incarnata da un ingegnere con laurea magistrale può fare praticamente tutto: dalla semplice programmazione alla elaborazione di dati e progetti fino alla creazione di veri e prori sistemi industriali».
Per questo oggi è una figura molto richiesta?
«Certo, questo è uno dei motivi, ma non è il solo. Un altro motivo, soprattutto dalle nostre parti è legato alla natura delle aziende».
Sarebbe?
«In Emilia Romagna sono circa 4mila le aziende che si occupano di Ict. Di queste, tuttavia, non sono più di una cinquantina quelle con più di 50 dipendenti. Complessivamente il numero medio di dipendenti è pari a 1,7. Logico quindi che abbiano anche limitate possibilità e che quindi chi si laurea scelga altrove. Senza pensare che, magari, proprio in una piccola azienda, un ingegnere informatico può in breve tempo diventare un punto di riferimento».
A suo dire, le aziende piccole cosa dovrebbero fare?
«Dovrebbero provare a consorziarsi, in maniera da poter reggere la concorrenza di altre realtà d’Europa e non solo».
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Invero, se il problema delle aziende è di natura contrattuale, quello degli Atenei che sfornano laureati con il contagocce, qual è?
«Sicuramente la dispersione che si verifica al primo anno di facoltà. L’ offerta formativa di Unimore è molto vasta in questo campo: oltre alla storica ingegneria informatica, triennale e magistrale, offfriamo il corso di laurea in Ingegneria elettronica sempre nella doppia formula. Dal prossimo anno daremo vita anche al corso di laurea magistrale in Scienze informatiche. Nonostante questa vasta offerta che da tempo il nostro ateneo mette in campo, nonostante per le lauree Ict non sia contemplato il numero chiuso, oggi a fronte di 158 matricole abbiamo 40 laureati. Colpa della dispersione al primo anno. In pratica dopo il primo anno soltanto il 60% finisce per essere in regola con il corso di studi».
E gli altri?
«Un 20% si sposta su altre facoltà, un altro 20% prova a ricominciare dal primo anno e gli altri escono dall’Università».
Esiste un problema di scarso appeal del la facoltà?
«Non credo: ingegneria non deve spaventare, anche perché è tra le facoltà che offre un’alta probabilità di trovare occupazione in tempi rapidi. E ingegneria informatica, voglio sottolinearlo, non è una roba da smanettoni. E’ una chiave fondamentale per le sfide del futuro, una porta sul mondo in continua evoluzione».
Certo la facoltà spaventa. E a giudicare dai dati, spaventa soprattutto le donne...
«Questo è un mio cruccio, ma è anche un problema mondiale. E’ un mio cruccio perché, da donna, vedo quanto siano brave le donne che scelgono questi studi e arrivino in fondo. A guidare Yahoo oggi è una donna e tutte quelle che si laureano ottengono posti di grande rilievo. Ma sono pochissime, purtroppo».
L’ingegnere è un mestiere da uomini?
«Se anni fa si poteva dire che, soprattutto dalle nostre parti, dove l’ingegnere o era meccanico o civile, era effettivamente roba da uomini, adesso il vento è cambiato, le opportunità sono molteplici e davvero le donne che scelgono questa strada finiscono per eccellere».
Perché?
«Guardo al mio campo, dove servono certamente conoscenze matematiche, ma dove occorre soprattutto la logica. E l’universo femminile si muove soprattutto con la logica. Eppure credo che una grande responsabilità in queste non scelte siano da attribuire alle famiglie che forse hanno paura».
Dal vostro punto di vista cosa state facendo per “arruolare” più donne?
«Da diversi anni, l’Università di Modena e Reggio ha messo in piedi “Le ragazze Digitali”, il summer camp dedicato alle studentesse delle scuole superiori che imparano a creare App o a programmare o a gestire i social network. E’ soltanto una delle iniziative che l’Università mette in campo verso le scuole, nei confronti delle quali, ci tengo a dirlo, c’è da parte nostra la massima disponibilità a collaborare in qualsiasi forma».
In questi ultimi anni, a Reggio e anche altrove sono nate diverse community che attorno al digitale cercano di coinvolgere i più giovani, partendo addirittura dai più piccoli: penso ai Coderdojo o agli Arduino Day...
«Tutte queste iniziative sono assolutamente da appoggiare e sostenere con ogni mezzo. Poi, più ci si avvicina al momento della scelta degli studi universitari, è però importante non banalizzare. Ingegneria informatica non è solo questo».
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