Gazzetta di Reggio

Reggio

LE RIFORME

Buona scuola e buona politica

Massimiliano Panarari

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C’era una volta, nella politica italiana, il cosiddetto “fattore K” (da Kommunizm, comunismo, un’etichetta inventata da Alberto Ronchey), che spiegava perché il Pci non potesse andare al governo della nazione. Oggi, in una chiave decisamente meno geopolitica – ma per le sorti del centrosinistra attuale assai rilevante – si potrebbe parlare di “fattore S” come “scuola”, che comincia a far impensierire Matteo Renzi.

Dopo avere sperimentato il muro contro muro nel corso della votazione sull’Italicum che lo ha visto vincitore, il premier-segretario del Pd ha sterzato, cambiando strategia a proposito della riforma (o controriforma) dell’istruzione (ribattezzata, secondo la prassi dei suoi stilemi comunicativi, “La Buona scuola”). In questo caso, la scelta del presidente del Consiglio sembra essere quella di alternare il bastone (per le riottose minoranze interne del partito e i sindacati) a un po’ di carota nei confronti degli insegnanti (e degli studenti) animatori delle proteste.

Il tutto accompagnato dall’ennesima controffensiva comunicazionale indirizzata all’opinione pubblica, a metà tra la “strategia simpatia” e una rinnovata vocazione pedagogica di illustrazione dei contenuti del progetto, che inaugura l’ennesima tappa della sua propaganda politica pop: dal video tutorial nel quale, armato di gessetto, Renzi delinea i punti salienti della riforma alla lavagna – che ci rimanda, dal punto di vista della creatività simbolica, a un immaginario già occupato dal quasi mitologico “contratto con gli italiani” di un Silvio Berlusconi allora in grande spolvero – al dialogo via Twitter con i docenti, sino all’ospitata all’interno del programma L’Arena di Massimo Giletti (una delle espressioni per antonomasia della tv neo-nazionalpopolare).

Così, dopo avere mostrato il muso duro, il premier offre un volto e toni concilianti a quell’universo della scuola (non esente da corporativismi sindacali, ma altresì popolato da tanti eroi dal basso profilo pieni di abnegazione e passione per il loro lavoro, e da altrettanti precari) su cui potrebbe infrangersi la sua marcia fino a ora sostanzialmente trionfale.

I banchi delle aule rappresentano infatti un banco di prova molto serio alla vigilia dell’appuntamento delle elezioni regionali, e un politico marcatamente consensus-oriented quale Renzi lo sa bene. Una consapevolezza che non si traduce in un arretramento dalle sue posizioni “non negoziabili”, ma che si traduce in uno stile di condotta e di campaigning parlamentare con toni e attitudini meno “caterpillar” di quelli utilizzati nella revisione della legge elettorale.

L’apertura appare molto più di forma che di sostanza, ma il ddl appunto non è stato blindato in occasione del passaggio alla Camera (a cui, proprio dopo le regionali, seguirà quello al Senato). A due settimane da un voto che appare sempre più incerto, il premier è intento a cercare di disinnescare le mine che gli si parano davanti, e a sfoderare (anche in ottica elettoralistica) le “armi” di cui dispone (come il bonus per i pensionati di cui viene annunciata l’erogazione per l’1 agosto).

Il mondo degli insegnanti costituisce una delle più classiche e fedeli constituency del centrosinistra, e Renzi – che non rinuncia al programma di “rivoluzionare” pezzi e settori della vita pubblica, né al suo proverbiale decisionismo – vuole evitare, per quanto possibile, di alienarselo, puntando anche sulla speranza che la crescente disaffezione politica serpeggiante tra gli operatori della scuola non si traduca in un travaso verso il Movimento 5 stelle e nemmeno in una identificazione con le sinistre dem (e, almeno su quest’ultimo punto, sembra che sia effettivamente così).

Se ci riuscirà, questa volta non è affatto scontato, mentre risulta sicuro che applicherà nuovamente un precetto (eterno) della politique politicienne perfettamente nelle sue corde di professionista della guerra lampo e di quella di movimento: ovvero divide et impera rispetto ai vari soggetti sociali coinvolti nella partita, coltivando e infilandosi nelle ormai strutturali divisioni sindacali, in primis quella tra la nemica Cgil e l’assai più conciliante Cisl.

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