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Palazzo da Mosto, un gioiello per la cultura di Reggio Emilia

Palazzo da Mosto, un gioiello per la cultura di Reggio Emilia

Non solo Fotografia Europea: la Fondazione Manodori lo metterà a disposizione della cultura. Operazione da 15 milioni

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REGGIO EMILIA. Palazzo da Mosto ha riaperto i battenti in grande stile. Il complesso rinascimentale di via Mari, restaurato e restituito alla città dalla Fondazione Manodori, ospita sino al 26 luglio la mostra principale di Fotografia Europea, “No Man Nature”, ma questa sarà solo la prima occasione per rivedere il palazzo, che fu anche la sede dell'Asilo Manodori, dopo l'inaugurazione dello scorso anno, durante la quale fu annunciato che sarebbe stato messo a disposizione delle istituzioni del territorio per favorire momenti d'aggregazione e di crescita culturale.

"Questa - spiega Gianni Borghi, presidente della Fondazione - è una prima proposta di utilizzo. Una commissione sta lavorando per definire gli appuntamenti dei prossimi anni, che vogliamo comunque siano di alto livello e di sicuro interesse per i reggiani e non solo".

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La Manodori vorrebbe anche sapere dai reggiani come si immaginano il palazzo negli anni a venire. Per questo, ogni weekend sino a fine luglio, sarà effettuato un sondaggio tra i visitatori. Sondaggio già iniziato, e che pare abbia un buon livello di coinvolgimento.

A settembre si terrà la prima mostra antologica dedicata all'opera di Angelo Davoli, ad un anno dalla scomparsa. Saranno esposti dipinti, fotografie, video, progetti scenografici e scritti, compresi inediti. In ottobre, in collaborazione con I Teatri, andranno in scena spettacoli di danza di tre coreografi italiani con appuntamenti serali e repliche al mattino per le scuole.

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Il 14 novembre, in occasione di avvenimenti legati alla vita e all'opera del musicista reggiano Paolo Borciani, è previsto un concerto di un Quartetto del Teatro alla Scala di Milano con il primo clarinetto solista, organizzato da Reggio Iniziative Culturali, in raccordo con Soli Deo Gloria, Comune di Reggio Emilia, Diocesi e Istituto Peri. La Fondazione Manodori ha acquisito nel 2005 l'intero complesso architettonico da società che oggi fanno capo a UniCredit.

Situato a breve distanza da Università, Teatri, Musei Civici, Galleria Parmiggiani, Istituto Peri e Chiostri di San Domenico, non sarà sede della Fondazione che invece risiederà nell’adiacente palazzo ex Ancelle. Il progetto di restauro architettonico e funzionale è diventato operativo dopo l'approvazione della Soprintendenza per i Beni Architettonici. L’intera operazione costerà sui 15 milioni di euro tra acquisti e restauri di tutti i corpi interessati.

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Il progetto. Il complesso di edifici è diviso in due parti, Palazzo da Mosto risalente alla fine del XV secolo e Fabbricato ex Ancelle completamente ricostruito nell'Ottocento. Nel Settecento, Palazzo da Mosto ha subito una pesante trasformazione con la costruzione di un imponente scalone di rappresentanza e la sopraelevazione del tetto dell'ala sud. Interventi che lo hanno fatto diventare così come lo ricordano i frequentatori dell'Asilo Manodori, che ebbe qui sede dal 1860 fino agli anni Novanta del secolo scorso.

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Il progetto di restauro ha mantenuto la struttura originaria del complesso architettonico, recuperando dove possibile anche i fregi pittorici, gli eleganti soffitti a cassettoni, i medaglioni e i cornicioni in terracotta. L'impianto antico e monumentale, con l'ampio scalone, la loggia, le balconate e parte di un cortile interno sono stati rimessi a nuovo per renderli fruibili dalla comunità locale.

In quest'area, è stata allestita una sala conferenze che verrà concessa in uso a realtà del territorio che ne faranno richiesta, e un esposizione permanente di fotografie, giochi e materiale didattico dell'Asilo Manodori. Le ampie sale del primo piano si potranno utilizzare per iniziative a valenza pubblica, mostre, concerti, performance teatrali o musicali. Durante i lavori di restauro, sono emerse tracce evidenti del palazzo quattrocentesco.

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Le scoperte. Durante i lavori di restauro, sono emerse tracce evidenti del palazzo quattrocentesco. In particolare, la pulitura dei muri di alcune sale del piano terra ha lasciato scoperti parti di affreschi accuratamente recuperati, così come decorazioni dei soffitti in tutta l’ala ‘nobile’ e una porta d’ingresso sotto il portico dell’accesso da via Mari. È emersa una data che indica il 1495, verosimilmente l’anno di inizio dei lavori di costruzione che si sono protratti per oltre un ventennio. Anche sul pianerottolo dello scalone sono stati ritrovati decori e pezzi di muri della fine del Quattrocento. Nei sotterranei, sono ora evidenti le pavimentazioni e i livelli di abitazioni di epoca medievale.


La storia del Palazzo.  Francesco da Mosto, di origine ferrarese, soggiornò a Reggio con la carica di Massaro ducale dal gennaio 1472 al 1477. Nel 1480 tornò definitivamente a Reggio, per risiedere in una casa di sua proprietà, collocata nell’area adiacente all’ospedale di Santa Maria Nuova. L’anno seguente Francesco da Mosto ottenne la concessione da parte della comunità reggiana di impiantare per un biennio una piccola fornace fuori le mura della città per cuocervi laterizi e poiché qualche anno dopo, nel 1502, la sua abitazione viene definita nei documenti non più come semplice “domus” (casa) ma come “palatium” (palazzo), si può agevolmente collegare la fabbricazione dei laterizi all’ampliamento della primitiva dimora.

Alla morte di Francesco da Mosto (avvenuta fra 1504 e 1508) il palazzo passò ad altri proprietari, fra cui i marchesi Pallavicino, parmensi, e a metà Cinquecento alla famiglia Cassoli di Reggio. Nel 1624 fu venduto al marchese Giulio Fontanelli e agli inizi del Settecento apparteneva al conte Ferrarini.

Successivi proprietari furono i conti Greppi di Milano, da cui Pietro Manodori nel 1857 rilevò il palazzo a proprie spese, per aprirvi l’asilo infantile nel 1860, in attesa di perfezionare il passaggio di proprietà al Monte di Pietà, di cui era presidente.

L’edificio reca all’esterno chiare tracce della forma rinascimentale, sia nel paramento laterizio che nel ricco cornicione decorato con busti di imperatori romani, originariamente raccordati da una fascia a girali vegetali dipinta ad affresco. La sua forma riporta alla tradizione decorativa lombarda di fine Quattrocento e gli storici dell’arte del primo Novecento non hanno mancato di rilevarlo, proponendo di vedervi l’opera di artisti come Cesare Cesariano e Bartolomeo Spani.

All’interno si conservano gli antichi cassettoni lignei dipinti e tracce di decorazioni pittoriche, prima nascoste sotto le intonacature moderne. Lo scalone che dal cortile interno conduce ad un loggiato ad archi da cui si accede al piano nobile è stato addossato nel Settecento al nucleo primitivo. In origine era ornato alla base con due cani in pietra oggi conservati ai Musei Civici. In una stanza del piano nobile, che faceva parte dei locali d’abitazione del direttore dell’asilo, si trova una decorazione pittorica a putti danzanti dipinta da Cirillo Manicardi, marito dell’allora direttrice Ada Livi, che collaborò con l’artista dipingendo i mazzi di fiori.

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L'asilo Manodori. Gratuito e aperto a tutti, dava sostegno alle classi sociali più deboli. Sono tanto i reggiani che hanno frequentato l’Asilo Manodori e hanno ricordi a Palazzo da Mosto. La storia dell’Asilo s’intreccia costantemente con quella della città per lo stretto dialogo e l’interazione costante tra la gente, le istituzioni e la struttura educativa.

Il conte Pietro Manodori nel 1860 propose alla cittadinanza di Reggio Emilia l'istituzione di un Asilo per l'Infanzia gratuito ed aperto a tutti. Nell’Italia risorgimentale, l’iniziativa rappresentò per Reggio un atto coraggioso e lungimirante. L’Asilo d’Infanzia Pietro Manodori, per un ampia fascia sociale, divenne una conquista e il riscatto da una situazione d’indigenza e di precarietà. Ebbe sede a Palazzo De Mosto, in via Mari, acquistato nel 1860 dal Sacro Monte di Pietà presieduto da Manodori. L’Asilo d’Infanzia ha chiuso definitivamente nel 1991.

L'obiettivo principale dell'asilo era l'istruzione popolare estesa a tutti, senza costi di frequenza, per permettere anche ai bambini poveri un adeguato sviluppo fisico e l'introduzione all'istruzione. Inizialmente ospitava solo i maschi, poi accolse anche le femmine. Il senso innovativo di questa struttura consisteva nel suo fondamento di realtà educativa ed economica non strettamente caritatevole, ma impostata su principi organizzativi laici che ne permettevano una gestione sociale non direttamente legata a poteri costituiti di tipo politico o religioso.

Pietro Manodori portò da Milano le idee pedagogiche e organizzative di Ferrante Aporti, uno dei pensatori più illuminati della cultura per l'educazione infantile in Italia. Aporti introdusse l'idea dell'educazione prolungata in diversi ordini di scuole (nido, asilo e scuole secondarie) e fu particolarmente attento all'educazione dei bambini poveri.

L’Asilo Manodori continuò ad essere per tutto il Novecento laboratorio di importanti innovazioni pedagogiche ed ebbe la capacità di evolversi culturalmente e di rispondere ai mutamenti in atto.

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