Gazzetta di Reggio

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REGGIO EMILIA E LA GRANDE GUERRA

Al San Lazzaro i soldati impazziti per la guerra

Francesco Paolella
Al San Lazzaro i soldati impazziti per la guerra

Il manicomio diventa centro di riferimento nazionale per la psichiatria militare, medici impegnati a scoprire i finti pazzi

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REGGIO EMILIA L'ospedale psichiatrico reggiano di San Lazzaro, uno dei più importanti allora in Italia, fu investito dagli effetti della guerra. Fra il 1915 e il 1918 almeno 4.500 militari vennero ricoverati in reparti del manicomio loro destinati perché avevano presentato sintomi propri di disturbi psichiatrici: mutismo, stupore, immobilità, rifiuto del cibo o, al contrario, tremori o accessi di furore; oppure ancora avevano compiuto atti di violenza, contro di sé o contro gli altri.

Così come in tutti gli altri paesi coinvolti nel conflitto, il fenomeno delle cosiddette "psico-neurosi di guerra" mobilitò fin dai primi mesi di guerra anche gli psichiatri italiani. E' stato calcolato che almeno 40.000 soldati italiani furono esaminati e "trattati" dal Servizio neuropsichiatrico dell'esercito. Si trattava di soldati semplici, ma anche di ufficiali, che non riuscivano a reggere le grandi privazioni e i disagi della vita di trincea, così come la lontananza da casa, la paura costante della morte e il terribile regime disciplinare che era loro imposto.

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I casi più gravi (o più incerti, dato che i medici sospettavano sempre della possibile simulazione dei soldati) venivano inviati nei manicomi pubblici all'interno del Paese.
L'arrivo di migliaia di uomini, provenienti più o meno direttamente dal fronte, compromise anche le condizioni di vita degli altri ricoverati, una situazione già resa precaria dalla penuria crescente di cibo e di mezzi di riscaldamento.

Anche le condizioni igieniche peggiorarono rapidamente: durante l'estate del 1915 si registrò al San Lazzaro una epidemia di colera che provocò fortunatamente la morte di poche persone.
Bisogna anche considerare che sempre nel manicomio reggiano due padiglioni, per circa 400 posti, divennero uno degli ospedali di riserva della città per militari feriti. D'altra parte anche la qualità dell'assistenza subì un notevole deterioramento: di fronte all'aumento degli ingressi (dai 1.200 circa del 1913 ai 2.150 circa del 1919), diversi fra medici e infermieri vennero richiamati sotto le armi (o, in alcuni casi, partirono volontari, come nel caso del dottor Giacomo Pighini), lasciando molti posti vacanti.

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La situazione non mutò ed anzi i problemi si acuirono dopo la disfatta di Caporetto: il San Lazzaro dovette anche farsi carico di molti civili già ricoverati negli ospedali psichiatrici del nordest (Treviso, Venezia e Udine).
Un esempio significativo della gravità della situazione è ben rappresentato ad esempio da episodi, avvenuti nel febbraio del 1918, di vera e propria ribellione per il pane, condotti da militari ricoverati nel padiglione Lombroso.

Nell'ultimo anno di guerra la città di Reggio fu scelta per accogliere il Centro psichiatrico militare di prima raccolta, una struttura che collaborò, pur essendo del tutto indipendente, con il San Lazzaro.
Il Centro, creato e diretto dal maggiore medico Placido Consiglio, doveva selezionare con più omogeneità e rigore tutti i militari che accusavano segni di alienazione mentale. Le diverse strutture del Centro psichiatrico militare, dislocate in diversi edifici della città e della periferia (come nel caso di Villa Corbelli o del Castello di Albinea), potevano ospitare più di 1.300 soldati ed accolsero circa 11.000 uomini provenienti da tutte le zone di guerra.

I medici del Centro misero in campo diverse tecniche di "osservazione", per scoprire il maggio numero possibile di simulatori, e di "riabilitazione", per recuperare il più velocemente possibile soldati utili allo sforzo bellico.
 

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