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La vita da disabili a Reggio Emilia: "Per me è un’odissea"

Martina Riccò
La vita da disabili a Reggio Emilia: "Per me è un’odissea"

Giuseppe Raguso, 22 anni, racconta la sua quotidianità: "Ogni cosa diventa difficile per chi è in carrozzina come me"

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REGGIO EMILIA. Una bella domenica di sole, un biglietto per Sassuolo-Milan in mano, un amico con cui divertirsi. Ma una volta arrivato al Mapei Stadium, la doccia fredda. Il suo posto era proprio dietro alla panchina dei giocatori e la ringhiera di ferro che delimita la tribuna tagliava il campo in tante fettine orizzontali.

Impossibile gustarsi la partita, così. Impossibile vederla. Allora ha chiamato gli steward con le casacche gialle e ha chiesto di potersi spostare: il biglietto l’aveva pagato come tutti gli altri. Ma Giuseppe Raguso non è come tutti gli altri. Ha la spina dorsale bifida ed è sulla carrozzina da quando è nato, il 15 gennaio di 22 anni fa.

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«Gli stewart mi hanno detto che quello era il posto riservato ai disabili – spiega Giuseppe – e che non potevano aiutarmi. Poi è arrivato un responsabile del Sassuolo e mi ha spiegato che il solo modo per spostarmi più in alto sarebbe stato portarmi a braccio, ma loro non volevano assumersi la responsabilità». Giuseppe e Gianluca, l’amico di sempre, sono quindi rimasti al livello zero – in tutti i sensi, verrebbe da dire – e oltre a non aver visto un’azione della partita, si sono anche bruciati perché, in quel punto della tribuna, l’ombra non arriva. E pensare che ci sarebbe una rampa per disabili, che parte dal parcheggio e arriva al settore H Nord, ma è chiusa.

Ancora una volta, quindi, Giuseppe è stato fermato non dalla sua spina dorsale bifida, ma dalla mancanza di attenzione e rispetto delle spine dorsali “normali”.

«Mi sono stancato – ci dice – perché anche le cose che potrebbero essere semplici diventano impossibili. E anche se io potrei essere autosufficiente mi impediscono di esserlo». Un’accusa che colpisce dritto al cuore, soprattutto in una città che si fa chiamare “delle persone”.

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«Mi piacerebbe parlare con il sindaco Vecchi e con l’assessore Rabitti – aggiunge Giuseppe – per spiegare loro le difficoltà che incontro ogni giorno, anche solo per andare da casa a scuola e viceversa». E non si tratta di una distanza insormontabile: Giuseppe abita in via Carso, una laterale di viale Timavo, e frequenta l’ultimo anno alla Filippo Re. «Eppure gli ostacoli sono tantissimi», dice. E ci basta seguirlo una sola volta, dalla biblioteca Panizzi a casa, per capire che la sua è un’odissea quotidiana.

Quando ci troviamo in via Farini, piove. Giuseppe indossa un impermeabile blu che lo copre tutto e gli lascia scoperte solo le mani. La sua non è una carrozzina normale, infatti, ma una sorta di triciclo a motore che sul manubrio ha tutti i comandi necessari per frenare e accelerare. «Quando posso mi sposto da solo con il mio ruotino – dice – e neanche la pioggia o la neve mi fermano. Ma in inverno mi metto i guanti».

Il primo ostacolo lo incontriamo in piazza Prampolini, dove la pavimentazione è dissestata. Il ruotino di Giuseppe caracolla lentamente – il rischio di cappottarsi, qui, è altissimo – tra le buche e i dislivelli che ci sono tra un lastrone di granito e l’altro. Come se non bastasse le persone gli tagliano la strada, mamme con passeggini su tutti, ostacolando ulteriormente la traversata della piazza (già difficile di per sè). In via Emilia la situazione non migliora, anche perché i marciapiedi, quando non sono troppo stretti per il ruotino, sono affollati o occupati da biciclette e motorini.

«Succede un po’ ovunque anche sulle piste ciclabili – racconta Giuseppe – e spesso sono costretto a scendere e procedere in strada». Con tutti i rischi del caso.

Manovrare il ruotino, infatti, non è semplice e richiede massima attenzione: oltre a dover impostare la giusta traiettoria per non perdere l’equilibrio e ribaltarsi, Giuseppe deve anche prendere le misure per non bloccarsi in passaggi troppo stretti e soprattutto deve valutare le discese e le salite.

«Quando sono libere», precisa. Nei tratti in cui il marciapiede è a livello della strada, infatti, spesso ci sono automobili parcheggiate che impediscono il passaggio. «Allora o faccio più strada per trovare un’altra discesa o scendo dal cordolo del marciapiede rischiando di ribaltarmi. Ma la cosa allucinante – aggiunge indicando i parcheggi del controviale – è che spesso il passaggio è bloccato da posteggi regolamentati con strisce blu».

Anche la scelta dei negozi in cui fermarsi a fare compere è obbligata. «In centro – ci dice Giuseppe – la maggior parte dei locali ha dei gradini all’ingresso o porte troppo strette per chi è in carrozzina». E basta guardarsi intorno per capire che ha ragione. Ma le sue fatiche non sono tutte qui. Anche Giuseppe, a volte, ha bisogno di andare fuori dal centro e i suoi genitori, che lavorano, non sempre possono accompagnarlo. «Allora cerco di usare l’autobus», dice. “Cerca”.

Perché per poter salire sull’autobus deve esserci la pedana, e non tutti i mezzi ne sono provvisti. «Quando voglio muovermi in tram devo chiamare con anticipo Seta, altrimenti si arrabbiano, chiedere se c’è una corsa con la pedana e la possibilità di salire. A volte l’autobus che dovrebbe avere la pedana non ce l’ha e sono costretto ad aspettare quello dopo. Altre volte – dice – gli autisti si rifiutano di farmi salire a bordo perché sono senza accompagnatore».

E queste parole, per un ragazzo che sogna solo di poter lavorare ed essere indipendente, nei limiti del possibile, sono più taglienti di una lama. «Vorrei che la situazione a Reggio cambiasse – sospira – vorrei che anche le persone come me si sentissero a casa».

Poi se ne va, sotto la pioggia, ad affrontare altre fatiche sul suo fidato ruotino. Novello Don Chisciotte in un mondo da cambiare.

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