Gazzetta di Reggio

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Ritrovata la scalinata dell’Umiliazione

di Jacopo Della Porta
Ritrovata la scalinata dell’Umiliazione

Canossa, gli esperti: fu percorsa da Enrico IV per chiedere lo storico perdono. La scoperta grazie alle ricerche del Cai

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CANOSSA. La notizia è di quelle suggestive. La scalinata dell’umiliazione, quella sulla quale s’incamminò l’imperatore Enrico IV quando nel 1077 andò, letteralmente, a Canossa, è tornata alla luce grazie all’attività di ricerca della sezione reggiana del Club alpino italiano. L’attività di ricognizione nel settore orientale del castello ha consentito di scoprire i gradini, che erano coperti da muschi e licheni e dunque non visibili.

«La scalatina, di una ventina di metri, conduceva direttamente dal borgo al pianoro sommitale e all’ingresso principale del castello», spiega l’architetto Giuliano Cervi, referente del Comitato scientifico del Cai di Reggio.

La notizia della scoperta è stata data ieri mattina in occasione della presentazione del convegno “Canossa: segno, simbolo, storia”, che si terrà il 6 e il 7 giugno, nell’ambito del IX centenario della morte della contessa Matilde. La due giorni canossana fornirà l’occasione per parlare degli importanti ritrovamenti degli ultimi tempi, che vanno oltre la scalinata, e della prossima campagna di ricognizione che vedrà la partecipazione dell’Università di Bologna.

«L’autentica novità culturale di Canossa di questi anni – spiega Cervi – è l’individuazione dell’area dell’antico borgo castellano. Nonostante siano passati mille anni, il sedime è infatti intatto e con le moderne tecniche di analisi sarà possibile ricostruire un quadro eccezionale di come si viveva ai tempi di Matilde, anche perché il borgo non era un semplice aggregato di casupole di legno, fango e paglia, ma era abitato anche dalle milizie e da persone importanti della corte matildica».

La scoperta è stata possibile grazie all’attività di ricerca degli ultimi anni. «Abbiamo osservato, eseguito rilievi topografici e avanzato delle ipotesi sulla base di analogie con altri castelli dell’epoca. Così abbiamo trovato, in mezzo al bosco, sotto la vegetazione, parte della cinta muraria esterna del borgo, a tratti alta anche un metro e mezzo. Sono emersi elementi che testimoniano la preparazione del terreno e della roccia per il posizionamento delle abitazioni. Abbiamo rinvenuti fori nella roccia di quelli utilizzati all’epoca per innestare le travi del tetto e alcuni camminamenti».

L’area di questo settore era in parte coperta dal materiale di risulta degli scavi archeologici avviati nel 1877 sotto la guida dello scienziato e presidente del Cai Gaetano Chierici, che portarono alla scoperta delle strutture del castello. Ed è proprio nella vicenda di Chierici che si ritrova il senso dell’impegno del Cai di oggi nei confronti di questo importante monumento, come ha ricordato ieri il presidente Massimo Bizzarri. Un impegno che è proseguito anche in anni più recenti e in particolare nel 2008-2010, quando, grazie ad un contributo della Fondazione Manodori, sono state attivate nuove ricerche che hanno consentito di individuare strutture sepolte e manufatti di grande interesse. Poi dal 2011 sono iniziare le scoperte più importanti. Il presidente della Provincia Giammaria Manghi, parlando dell’appuntamento del 6 e 7 giugno, ha espresso «gratitudine non rituale verso chi con serietà e costanza, svolge un lavoro silenzioso che oggi sboccia in un appuntamento di cui la nostra comunità deve davvero essere orgogliosa.La Provincia dovrà continuare a sostenere questi sforzi».

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