Fiere, il tribunale “boccia” il salvataggio
Impossibile vincolare la vendita al rilancio dell’attività. L’area andrà a chi offrirà più soldi
REGGIO EMILIA. Il concordato delle Fiere di Reggio è liquidatorio.
Chi si fa avanti deve avere soldi in tasca sufficienti per superare le offerte di coloro che presenteranno una proposta d’acquisto dell’area.
Non solo: vincolare eventualmente la vendita dell’area a operatori intenzionati a rilanciare l’attività fieristica è una strada impraticabile ormai dal punto di vista giuridico.
Questa, in buona sostanza, l’idea che aleggia nelle stanze del tribunale fallimentare di Reggio Emilia, dove si sta cercando di dare piena soddisfazione ai creditori del concordato delle Fiere.
Razionalità in termini di legge, non certo uno sgambetto, visto che già l’anno scorso il concordato era stato “rivisto” concedendo la possibilità a Sonia Masini, ex presidente della Provincia, di avanzare una proposta di salvataggio in extremis.
Un piano bis ora cancellato, al quale è seguito in questi giorni l’idea di salvataggio avanzata da Donatella Prampolini, presidente della Confcommercio di Reggio, verso la quale si sono resi disponibili anche il presidente della Camera di Commercio Stefano Landi e il presidente della Cna Nunzio Dallari.
Il piano verte sul coinvolgimento di operatori, Fiere di Milano in primis, per rilevare l’attività fieristica destinata a certa conclusione entro il 31 dicembre di quest’anno.
Già la proposta dell’ex Provincia sembrava alquanto difficile nonostante prevedesse una ricapitalizzazione della società da parte dei soci e il pagamento dei creditori a latere del concordato stesso.
La nuova proposta – non ancora passata per le aule dei magistrati – al tribunale sembra difficilmente conciliabile a norma di legge e di procedura.
I creditori devono essere pagati e l'unico quadrante interessante per i grandi investitori pare essere proprio quello delle Fiere, sul quale prevarrà chi offrirà la proposta più sostanziosa pur nel rispetto dei vincoli urbanistici.
Impossibile quindi fare i conti senza l’oste.
Oltretutto c’è una scadenza prevista nel piano per poter dare esecuzione al concordato.
«Qualora si superano i tempi stimati qualche creditore potrebbe chiedere la risoluzione del concordato. Ciò significa – spiegano in tribunale – togliere di mezzo la procedura. Poi se il creditore non chiede il fallimento la società viene rimessa in bonis, altrimenti si va per l’altra strada». (e.l.t.)
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