Le ragioni per ricordare Antonio Ligabue
Cinquant’anni fa moriva Antonio Ligabue. Un uomo e soprattutto un pittore dal tracciato romanzesco, con sullo sfondo la nevrotica solitudine dell’artista che non ha mai smesso di credere in se stesso, fiero della sua creatività ma fragilissimo nella vita di relazione. La leggenda del “pittore pazzo”, dell’artista solitario e introverso che fuggiva la vicinanza dei propri simili è stata a lungo utilizzata per fare di Ligabue “un caso”, una sorta di Van Gogh della Bassa padana.
E allora i momenti d’instabilità psicologica di Ligabue hanno trovato un’enfasi: lui che si massacrava il naso a sassate così come Van Gogh si era mutilato l’orecchio; lui che viveva la passione (l’ormai celebre amore per la Cesarina) e il sesso in una dimensione più personale, ma altrettanto sofferta dell’artista fiammingo.
I primi momenti di “Toni” che s’affaccia alla vita saranno determinanti, ma in negativo, per lo sviluppo della sua personalità. Figlio dell’emigrante bellunese Maria Elisabetta Costa, il piccolo Antonio vide la luce il 18 dicembre 1899 a Zurigo e venne registrato col nome della madre che non risultava sposata. Nel gennaio 1901 la madre sposerà Bonfiglio Laccabue, emigrante anch’esso e proveniente da Pieve Saliceto, frazione di Gualtieri. Due mesi dopo Laccabue legittimò Antonio (non si saprà mai se fosse veramente suo figlio) dandogli il proprio cognome e la cittadinanza italiana. Genitori, però, che stentano ad essere tali, arrivando all’abbandono del figlio, affidato alla modesta coppia svizzero-tedesca dei Gobel.
Della difficile infanzia svizzera di Ligabue si conoscono i tratti salienti: di gracile costituzione nonché affetto da rachitismo cronico, il ragazzo da autentico “diverso” verrà inserito in una classe differenziale e non finirà gli studi, conoscendo momenti di vita errabonda, lavori saltuari, ma anche ricoveri in cliniche psichiatriche, dove si avranno le prime avvisaglie della sua abilità disegnativa. Piuttosto tribolato il rapporto con la madre adottiva Elise Hanselmann: un amore-odio infarcito di fughe e ribellioni, di protezioni soffocanti, di gelosie non del tutto confessate.
Il tortuoso rincorrersi dei due si troncherà definitivamente nell’estate del 1919, quando la madre adottiva chiese alle autorità che il giovane venga rimandato in Italia. Diverrà un’espulsione senza ritorno. Antonio, come Pinocchio, sarà scortato dai carabinieri sino a Gualtieri, cioè nel paese della Bassa reggiana che aveva dato i natali al patrigno.
Dal fatidico 9 agosto 1919 l’umida pianura e gli sconfinati boschi golenali del Po accoglieranno così le stranezze di un pittore tenacemente innamorato della propria arte, minato da ricorrenti crisi personali e costantemente alle prese con una precaria situazione finanziaria e di relazioni sociali.
Decisivo nell’inverno del 1928 l’incontro con Marino Mazzacurati, fra i massimi esponenti della Scuola Romana ed attento scopritore di talenti. Grazie a Mazzacurati in Ligabue, selvaggio moderno, cominciò a svilupparsi e formarsi l’artista. Da povero emarginato di paese “Toni” uscì pian piano dall’isolamento e cominciò a prendere contatto con gli altri. L’arte era divenuta la ragione dominante della sua esistenza, anche se rimasero in lui quelle stranezze che colpirono a lungo la gente di Gualtieri e dintorni.
I primi quadri, dipinti fra il 1928 ed il 1935, lo mostrano un dilettante di genio. Il secondo ciclo pittorico (1938-1951) lo porterà verso temi nuovi come la maggior attenzione per il paesaggio padano, anche se a volte s’intreccia con i ricordi giovanili della Svizzera. Si moltiplicano gli autoritratti, continua ad immortalare animali feroci dalle tremende bocche spalancate in un periodo costellato da tre sofferti ricoveri all’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia.
Ma la sua fama, dagli anni Cinquanta, s’allarga e in un crescendo rossiniano arriveranno le mostre, i premi, le interviste giornalistiche, l’acquisto delle sempre adorate motociclette, i viaggi in automobile con l'autista. Nel momento della crescente notorietà vennero le frequentazioni con Cesare Zavattini, poi ancora con critici, scrittori, registi cinematografici che regalarono a Ligabue, nei suoi ultimi anni, quell’attimo di attenzione che per tutta la vita lui aveva cercato. Il minuto artista venne colto il 18 novembre 1962 da una grave emiparesi cerebrale: da quel giorno d’autunno non dipinse più, inchiodato, lui spirito libero, in un letto dell’ospedale Carri di Gualtieri dove si spense il 27 maggio 1965.
Lascerà in dote a critici, mercanti e collezionisti d’arte la forza dei colori dei suoi quadri ad olio, l’inconfondibile segno grafico, la matericità delle sue sculture. Come tutti i grandi dell’arte, attirerà anche gli “appetiti” dei falsari. Per non parlare del suo nome “usato” impropriamente come traino per il boom dell’arte naive, perlomeno a ridosso del Po, a cavallo degli anni Sessanta-Settanta, lui che ora è giustamente considerato uno dei più interessanti espressionisti del Novecento. Un maestro ancora non pienamente valorizzato, soprattutto all’estero, a cui la Bassa deve molto e non l’ha certo ancora del tutto ricompensato.
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