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Acqua pubblica, ecco tutti i costi della nuova società

di Massimo Sesena
Acqua pubblica, ecco tutti i costi della nuova società

Dall’acquisto delle reti all’avviamento, all’assunzione di 315 dipendenti, fino a una pesante eredità di mutui

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REGGIO EMILIA. «Rischiamo di creare una società pubblica in cui i padroni non sono i cittadini, ma le banche». E’ una delle battute che girano in questi giorni in cui - sulla vicenda della ripubblicizzazione dell’acqua - sembra essere calato il silenzio. Un silenzio che qualcuno interpreta come segnale di una fase di autentico studio e analisi da parte degli amministratori locali.

Analisi delle carte - quelle dello studio di fattibilità di una società di gestione del servizio idrico a totale controllo pubblico - che prelude a un confronto che, a sua volta dovrà poi portare a una decisione sulla strada da intraprendere.

E tutto dipenderà dai famigerati conti contenuti in questo studio di fattibilità. «Vogliamo vedere i conti - hanno spiegato nei giorni scorsi alcuni sindaci della nostra provincia alla Gazzetta - e solo in base a quello decideremo».

In realtà, sulla discussione che si aprirà tra i sindaci, avrà un peso determinante la posizione che prenderà Luca Vecchi. Che per ora tace.

COSTI E BENEFICI. Ma quali sono effettivamente questi conti che preoccupano così tanto i sindaci? In parte si tratta di numeri già noti che messi insieme - da una parte i costi, dall’altra i benefici - rischiano di far effettivamente pendere la bilancia dalla parte di un dietrofront che anche dal punto di vista politico si prospetta complicato. Non foss’altro perché - e in questo ha pienamente ragione il comitato per l’Acqua Pubblica - a Reggio, tutti si sono spesi per ripubblicizzare l’acqua.

Il primo dato è il costo dell’operazione: l’acquisto delle reti da Iren, in parte non ancora ammortizzato, vale 100 milioni di euro più Iva. A questa cifra si aggiungono - sempre secondo lo studio di fattibilità - i soldi necessari per la fase di star t up della nuova società di gestione.

Secondo chi ha studiato la partita nei minimi dettagli, servono circa 25 milioni di euro. Con questi soldi la Newco ci paga l’avviamento, i primi investimenti necessari e l’assunzione di oltre 300 dipendenti. Tanti ne servirebbero per la nuova società. Trecentoquindici, per la precisione. Lavoratori che la nuova società, prenderebbe dalla stessa Iren. Con quali modalità di scelta? Come verranno assunti? Con quale inquadramento?

Problemi tutto sommato secondari se si considera il dato generale, che è quello che pù preoccupa i primi cittadini. La partenza di questa società interamente pubblica, sarebbe infatti interamente a debito per quasi 200 milioni.

Alle cifre per l’avviamento e ai cento milioni necessari per il passaggio delle consegne tra Iren e la nuova società. si aggiungono poi altri 70 milioni che sono il costo degli impianti che i Comuni - attraverso la società Agac Infrastrutture, la società pubblica creata da Uris Cantarelli e rimasta fuori dalle fusioni prima in Enia e poi in Iren. Quella società - controllata dai Comuni reggiani - ha acquistato gli impianti accendendo mutui che oggi pesano sui soci pubblici per circa 70 milioni.

VECCHI MUTUI. Invero, fino ad oggi, questo debito, per i Comuni, è stato forse il più leggero di tutti. Perché con i 7 milioni l’anno che Iren pagava ad Agac per l’affitto delle reti, i Comuni pagavano agevolmente le rate dei mutui, permettendo alla società Agac Infrastrutture di chiudere addirittura con un piccolo utile le sue gestioni . Ora questa entrata non ci sarà più. In compenso i mutui saranno ancora lì. Su capo della nuova società.

LE ENTRATE. Invero, soltanto da questi dati si capisce il senso dell’amara battuta a proposito di una società talmente pubblica da doversi consegnare mani e piedi alle banche. E questo nonostante lo studio di fattibilità elenchi anche i vantaggi economici di questa operazione. O meglio, i ricavi che realizzerà la nuova società non appena diventerà operativa.

E l’unica leva su cui potrà puntare la Newco sarà fatalmente quella delle bollette. Che peraltro - trattandosi di una società pubblica - non potranno aumentare senza regole. In particolare, lo studio prevede la possibilità di aumentare del 4% nel primo anno, e del 2% per gli anni successivi.

Entrate difficili da quantificare ora, mentre una drammatica certezza sono anche gli insoluti con cui già Iren ha dovuto fare i conti. Dai condomini di via Turri e anche da altre parti della città, ogni anno mancano all’appello tre milioni di euro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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