Le rivelazioni di Ciancimino a Reggio Emilia: «Paolo Bellini è mitologico»
Maxi frode: in tribunale il processo salta ancora, ma il figlio di don Vito tiene banco su Stato-mafia, minacce e cimici
REGGIO EMILIA. Per la seconda volta Massimo Ciancimino – figlio 52enne dell’ex sindaco di Palermo – è approdato in tribunale a Reggio per il processo sulla maxi frode con l’acciaio (130 milioni di euro), ma anche stavolta lo slittamento dell’udienza è quasi fulmineo, perché il gup Giovanni Ghini ha ritenuto necessario mettere ordine al non piccolo fascicolo, definendo un indice che possa permettere ai difensori di “muoversi” fra quelle carte.
Giunto in aereo da Palermo con i suoi due avvocati, Ciancimino nell’attesa ha finito ieri di parlare – con i cronisti – più dei fatti che in questi anni l’hanno fatto conoscere in campo nazionale come estroverso uomo dei misteri, con tanto di ruolo chiave – come testimone di giustizia – nel delicato processo sulla trattativa Stato-mafia.
Nell'ottobre del 2009 Ciancimino consegnò ai pm di Palermo il papello contenente 40 documenti sulle richieste di Totò Riina allo Stato e una lettera scritta dal padre dopo la Strage di via d'Amelio nella quale paragona la propria posizione a quella di Paolo Borsellino: entrambi vittime di traditori.
Storie ancora aperte sul piano giudiziario, come quella di Paolo Bellini e il suo papellino, come pure i contatti che il killer ha detto di avere avuto in quel periodo stragista con Cosa Nostra. «Bellini è di Reggio? Non lo conosco, ma lo sento sempre nominare. Per me è una figura quasi mitologica. Mio padre? Era a livelli un po’ più alti...».
Il figlio di don Vito poi ironizza sulla mediazione di esponenti dell’Arma nella vicenda Bellini-Gioè-Brusca «all’insaputa della magistratura», per non parlare di Gioè che morì suicida in carcere («Cosa frequente, in quegli anni…»). Poi l’ultimo affondo: «Giorgio Napolitano è l’unico che è stato chiaro. Ha detto che lo Stato era sotto ricatto di Cosa Nostra. Prima c’era il negazionismo della trattativa, poi si è passati al giustificazionismo». Ciacimino non ha scorta, parla di minacce e di essersi protetto da solo “recludendosi” in casa a Palermo.
E’ convinto di essere super intercettato («Sopra di me c’è un satellite» scherza ma non troppo), mostra i tatuaggi che riportano due date (l’attentato a Borsellino e la nascita del figlio), accenna a 7 procedimenti che lo riguardano e anticipa un po’ della sua difesa sul caso-acciaio. Dice di aver perso 600mila euro nell’operazione finanziaria finita nell’inchiesta e di averne recuperati 183. Nega di essere capo promotore dell’organizzazione, come prova allude al fatto che nel 2006-2007, quando sarebbe stata messa in atto la frode, lui si trovava agli arresti domiciliari, mega intercettato. E si torna ai suoi guai. Istrionico.
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